Il tessuto della famiglia è sottoposto sempre di più a spinte e controspinte che stressano ogni momento ed ogni componente di essa, sia sul piano della sopravvivenza (il vistoso calo del potere d’acquisto non è una ‘barzelletta’ pubblicizzata dall’Istat ), sia su quello del riequilibrio dei ruoli interni e di quelli imposti dalla precarietà di chi ha trovato un lavoro o dalla progressiva mancanza di speranza di chi il lavoro lo ha perduto e non è in grado di prevedere se o quando potrà averlo.
L’attenzione a questo momento non è una ‘fissazione’ dei cattolici (che troppo spesso ne fanno un gavitello ideologico anziché una espressione della ‘civiltà dell’amore’ di cui dovrebbero essere attivi tutori), ma una esigenza che investe tutti: un dovere. Se salta (come in parte sta accadendo con una accelerazione sempre maggiore) la convivenza in un gruppo o in un territorio gli equilibri di convivenza e solidarietà propri della società disegnata dai nostri padri costituenti, si disgrega e si liquefa. Il fenomeno delle convivenze sostitutive della forma normativa ‘famiglia’, ne sono un chiarissimo segnale. Denuncia e consapevolezza antiche.
È l’effetto col quale misurarsi urgentemente, che richiede una preliminare puntuale attenzione ed il rifiuto di ogni approssimazione o proposta di immagine-schermo. Ciascuno di noi fa i conti ogni giorno con le ricadute familiari e sociali della crisi finanziaria e produttiva, promossa da chi è stato posto in condizioni di esercitare un potere, di fatto, senza controllo. Osserva con sempre maggiore preoccupazione il riemergente razzismo, a partire dal Nord per approdare al Sud; il camuffamento dietro la parola 'libertà' per auspicare la 'licenza' di fare quello che ci pare (che porta allo scontro permanente fra diversi oppure all'accentuarsi della emarginazione dei più deboli); lo scaricare le proprie debolezze, le proprie incapacità a comprendere o ad esercitare il proprio ruolo (nascondendosi dietro le 'tolleranze zero') l'avversario del momento.
È urgente reagire democraticamente nei confronti di chi continua a considerarci dei 'coglioni' (così fu definita ogni persona dissenziente dalla leadership del momento), capaci di ingoiare qualsiasi cosa gli si proponesse definendola 'nuova' o 'moderna' o figlia della esperienza 'in campo', dell'homo homini lupus, invocanti scivolate autoritarie e personalizzazioni del potere (più o meno populistiche).
I ‘politologi’ ed i ‘politici’ continuano a proporsi nel migliore dei casi come ricercatori ed analisti permanenti di soluzioni e formule ‘fondanti’ di un nuovo sistema di cui non si hanno chiari i connotati - né formali né sostanziali. Assumono spesso come unità di misura sé stessi o il clan di cui si sentono parte. Per un verso non riescono ad abbandonare o modificare cascami di precedenti tendenze ed elaborazioni. Per l’altro procedono con tempi propositivi rallentati rispetto alla accelerazione che i fatti impongono.
Intanto, come scrive Massimo Franco il 12 gennaio su LA STAMPA, si sviluppa « il duello in latino fra il Pd che denuncia le “leggi ad personam” e Berlusconi che le definisce “ad libertatem”», dando l’impressione nettissima di voler nascondere dietro la parola nobile 'libertas' l'aspirazione che i ‘coglioni’ non si rendano conto che sono considerati come semplici osservatori da dilettare col populismo vulgato dai mass media; e che rimangano scientemente nell'ombra i valori antitetici alla forma ed alla sostanza democratica, che ci siamo dati nel 1948, in modo da intervenirci col bisturi.

Tre irresponsabili sparano a dei poveracci già ampiamente umiliati e vessati, in cerca di una overdose di emotività in un ambiente già caldo e teso. Per propria imbecillità e irresponsabilità o perché qualcuno doveva platealmente marcare il territorio per dire a chi agiva in nome dello Stato rendendo più incisiva la risposta alle intimidazioni e procedeva a sequestri di beni di origine criminale? Qualunque fosse il motivo da promuovere, non era difficile rinfocolare l’odio e l’intolleranza per il diverso - il nero, in questo caso - che si considerava un sopportato per necessità - un servo della gleba -, uno che chiedeva l’elemosina di un pezzo di pane (14 ore di lavoro durissimo per 25 euro al giorno e senza alcuna tutela) e che lo si rintanava in ricoveri-porcili occasionali. Il diverso - la vittima - ha cercato di dire BASTA. È stato ‘cacciato’; qualcuno lo ha colpito a sprangate e fucilate, qualche altro ha trovato i mezzi di trasporto. Doppiamente vittime, i diversi. Altre vittime (quelle con residenza locale) che si trasformavano in persecutori.
Il lavoro dei diversi, ora, lo deve fare qualche altro, con o senza il caporalato, con o senza la sovrintendenza della ‘ndrangheta locale. I delinquenti che hanno tenuto i diversi in quelle condizioni salariali e subumane qualcuno li cerca e persegue? Quando andranno in galera? I mancati o superficiali controlli di Ministero del lavoro, Regione, Inps, ecc. sono stati mai fatti? Con quali conseguenze?
Ora sta cominciando l’operazione scaricabarile: qualcun’altro è sempre responsabile. A mio parere, salvo prova contraria, lo sono tutti quelli che in questi anni hanno gestito il potere locale, regionale e nazionale. Il comune di Rosarno è da tempo commissariato per mafia.
L’odio e l’intolleranza era facile rinfrescarli, a Rosarno come nei tanti punti nei quali se ne creano le condizioni, culturali ed emotive, al sud, al centro ed al nord.
Cesare Martinetti ha scritto, tra l’altro, su LA STAMPA di oggi: « La rivolta di Rosarno è scoppiata nelle stesse ore in cui il ministro dell’Interno, a distanza di pochi chilometri, discuteva con i responsabili dell’ordine pubblico in Calabria la risposta dello Stato alla bomba esplosa contro la procura. Una coincidenza casuale ma davvero simbolica che nella saldatura tra l’emergenza cronica chiamata mafia ('ndrangheta, camorra, ecc.) e la nuova emergenza che si chiama immigrazione ci consegna all’inizio di questo 2010 un’agenda sociale drammatica. Quello che sta accadendo a Rosarno in queste ore ci riguarda tutti: il nostro quartiere, le nostre periferie, a Sud e a Nord, interroga la nostra coscienza di cittadini, sfida l'intelligenza e mette alla prova quello che si chiamava il sentimento democratico. Non è un problema solo italiano. Una rivolta del tutto analoga a quella di Rosarno è scoppiata qualche mese fa a Calais, nel Nord della Francia» Come non convenirne o chiudere gli occhi rifugiandosi in un bubbolio da barrino trasandato? o scaricando sugli immigrati responsabilità non loro, glissando sui problemi posti dall’essere uomini e donne a pieno diritto / dovere di cittadinanza che ci hanno dato una mano per mesi od anni?

Il numero dei senza lavoro ha sfondato quota 2 milioni. A questo devono aggiungersi circa 5-600.000 cassanintegrati, di cui al momento non si conosce la sorte. Livorno è dentro. Lo sappiamo, anche se sembra in lieve recupero; momenti come la ex-Delphi o la ex-Motofides attenuano e ridanno infatti speranza. Il barile era già stato raschiato, da tempo e,quindi, ogni notizia in tal senso è salutare.
Ma quali prospettive di lavoro, dipendente o autonomo? Qualcuno si sorprende che le migliori professionalità (sperimentate o potenziali) ed i più intraprendenti cerchino altrove alternative, anche fuori dall’Italia, comunque fuori dalla realtà territoriale, ed invoca il superamento individuale delle frustrazioni, del deficit di speranza incombente.
I nostri anziani sono sempre più poveri e sempre meno in grado di dare una mano a chi è in trincea, sempre più residuali. La realtà quotidiana preme. La lontananza dal territorio dei centri decisionali accentua la sensazione di marginalità che ormai da troppo tempo rischia di soffocare le energie ancora disponibili o recuperabili.
La mia amica Cristina su FB ha scritto: «Dobbiamo svegliarci, numerose famiglie italiane compresa la mia e' veramente con il sedere per terra, costretti a rinunciare alle cose primarie, bollette che si accumulano, e buste paghe sempre piu' leggere.......ma come facciamo? Siamo veramente stufi! Viviamo nell'angoscia continua. Facciamo qualcosa per fermare chi non rispetta le regole, per sollecitare chi dovrebbe operare nel salvaguardare i nostri diritti. Siamo stanchi!!!!»
Una prima considerazione. Sono convocati Tavoli di consultazione tra i vari soggetti - pubblici e privati - alla ricerca di un progetto o a conferma di un obiettivo già individuato. Possono essere importanti se nessuno si mette alla finestra in attesa che quello che sta accanto faccia. È ormai urgente che tutti remiamo nella stessa direzione e con gli stessi tempi; che tutti facciamo concretamente avvertire il ruolo che siamo chiamati a rappresentare - non solo a parole. La parola TUTTI, non fa escludere nessuno: dalle imprese ai sindacati dei lavoratori e delle lavoratrici, a chi ha scelto di essere sostegno e voce dei più deboli e marginali, alle istituzioni (figlie di momenti elettorali). La parola TUTTI richiede una attenta riflessione sul significato di PARTECIPAZIONE alla tutela e progettazione del bene comune. Essa impone di creare le condizioni perché TUTTI siano messi nelle condizioni di esercitarla, non solo formalmente.
Una seconda. L’intervento di Cristina ricorda che essere solidali non è solo fare in modo da fronteggiare esigenze minime vitali delle persone e delle famiglie, ma anche dar loro speranza, farle sentire ‘vive’, capaci di contribuire alle soluzioni, impedire che la mancanza di speranza porti alla paralisi e che il primo che passa speculi sulla pelle di chi sta peggio.

Non si può fare una ammuchiata dei due momenti: l’atto violento sul volto di Berlusconi; la speculazione propagandistica innescata da quell'atto - quotidianamente in atto con sfarfallìi in TG vari e pubblicazioni.
Il volto insanguinato di Berlusconi e dei tamponi protettori (visti all’uscita dal San Raffaele di Milano) non solo hanno richiamato un forte sentimento di umana pietà per la vittima del momento, ma hanno richiamato alla memoria di ogni persona - con un minimo di sensibilità ed amore per il prossimo - i volti ed i corpi che i violenti hanno colpito negli anni, recenti e meno recenti. Fortunatamente nessun paragone o somiglianza con quanto accaduto. Quei volti erano di persone non esposte come nei casi dello stragismo nero o strategicamente in quel momento determinanti per la salvaguardia delle istituzioni come nel caso dei delitti e delle gambizzazioni dei brigatisti rossi; ovvero persone che la criminalità organizzata coinvolgeva consapevolmente per affermare il proprio potere o il controllo del territorio. In tutti i casi, da quello di oggi a quelli di ieiri ed ieri l'altro, non potevamo che essere coinvolti in un forte sentimento di pietà per tutte le vittime ed i colpiti, di orrore per l’indifferenza al diritto alla vita, di indignazione per l'attacco frontale alla Comunità.
Altra cosa è la speculazione propagandistica, tanto vile quanto meschina, operata da amici (ed anche nemici) del Silvio nazionale. È anch'essa segnale di grave degrado della vita comunitaria.
Un vecchio amico (che normalmente evita di spargere giudizi, elogi o condanne con superficialità salottiera) a
commento dell'attuale quadro politico-istituzionale mi diceva: "il modello berlusconiano è figlio di una cultura individualista filtrata dall'interno della 'sovrastruttura' utilizzata dalla leadership craxiana per la conquista e la gestione del potere e cerca propri spazi per accreditare la propria immagine o il proprio ruolo di breve periodo." Ed aggiungeva: "in gran parte si tratta di cascame di omelie mal digerite ed ascoltate distrattamente, fatte da persone che non riuscivano a vedere l'insieme della Comunità se non attraverso il filtro di ideologie e pregiudizi."
Altrove si legge che il berlusconismo «non può essere ammesso ed emendato senza sbriciolare per sempre quella macchina titanica di autoesaltazione costruita per trasmettere un modello ben preciso di moderna leadership populista agli italiani»
Ho molte riserve su queste valutazioni, se non altro per la loro parzialità. Dopo ben quindici anni di gestione del potere da parte del berlusconismo, dalle analisi (di questo tipo o più approfondite e meno viscerali), dobbiamo passare ad un progetto condiviso a dimensione comunitaria senza il quale l'involuzione politica e democratica del nostro Paese diviene irreversibile. La legge elettorale regionale toscana (prima e seconda versione) e quella nazionale ne sono un chiaro segnale. Ma ce ne sono altri altrettanto significativi - e certamente preoccupanti e 'grevi di conseguenze negative'.
Un amico mi ha segnalata (ancora una volta lo ringrazio) l'intervista sugli "economisti di ventura" rilasciata dal prof. Marcello De Cecco nei giorni scorsi. A mio parere fa parte di questo quadro. Risottolinea che economia, capitalismo et similia sono strumenti e come tali soggetti alla volontà degli uomini per come espressa dalla Comunità. Non obiettivi gestibili da e con espressioni matematiche assolute. Mi ritrovo in quasi tutte le considerazioni del prof. De Cecco. Penso, infatti, che se non abbandoniamo o non procediamo rapidamente al controllo del particolarismo (berlusconiano o meno) e non recuperiamo la nostra capacità e possibilità di ricerca riponendo la 'persona' come riferimento stabile di ogni tipo di progettazione di medio termine (anche socio-economica) il processo involutivo della democrazia italiana non può che continuare imperterrito. Da ciò consegue che l'Europa deve divenire la vera dimensione che può aiutare i suoi territori a distinguersi nel recupero dei fallimenti (più o meno accentuati nei vari spezzoni nazionali) che hanno contribuito alla gravità dell'attuale crisi e non un insieme di cani vocianti in caccia di un osso che non si sa dove sia nascosto. Lo stesso sindacato - elemento chiave del quadro istituzionale designato nella Costituzione - non può essere semplice osservatore di quanto gli accade intorno. Deve cambiare rapidamente registro e irrobustire la sua azione autonoma ma non rimanere indifferente ai mutamenti delle regole che fanno di una accozzaglia di individui una Comunità; riassumere decisamente l'incisività formativa del proprio quadro dirigente ed un collegamento con la qualità universitaria; rileggere i suoi strumenti di intervento per dare certezze e sicurezze a chi rappresenta o dovrebbe rappresentare perché anch'esse sono una parte non marginale del problema.
Negli anni ’90 - più o meno - al confronto globale URSS-Occidente si avviava e sostituiva quello tra paesi ricchi e paesi sfruttati e poveri, tra popoli che tutto (o molto) avevano o conoscevano e chi veniva schiacciato e calpestato. L’incontro di questi giorni a Copenhagen - dopo le molte avvisaglie in sede ONU avvenute in questi anni - sul clima e sulla tutela ambientale ne è la prima vera presa d’atto.
In questo incontro tuttavia si è dimostrato che i tempi del confronto e della politica non coincidono con quelli della natura e della sua permanente tensione all’equilibrio; coi quali, fin dalle origini della terra, dobbiamo fare comunque i conti. Tutti: ricchi e poveri; con conoscenze e capacità elevate o meno. Sono i momenti nei quali gli egoismi devono trovare chiari limiti e non prevaricare il bene comune.
Scrive Maurizio Molinari su LA STAMPA, di oggi: «Sebbene prive di riferimenti numerici ai tagli delle emissioni e frutto di negoziati caotici, le cinque pagine dattiloscritte dell’Accordo di Copenhagen costituiscono la prima intesa sulla protezione del clima fra i Paesi più industrializzati e le economie emergenti.» Saremo in tempo utile per evitare i disastri da tempo prefigurati dagli scienziati? Sapremo superare le culture suicide che oggi ci affliggono?
«Se il Forum del G20 negli ultimi 12 mesi si è trasformato nel luogo dove i giganti dei due emisferi si incontrano per sanare le ferite della recessione e pianificare assieme la ripresa globale, la conferenza di Copenhagen li ha visti trattare come mai avvenuto in precedenza perché erano in gioco interessi reciproci e molto concreti: dal livello di emissioni dipendono le dimensioni della produzione industriale ovvero delle quote nazionali di ricchezza globale.»
Preoccupa che, salvo alcune eccezioni, la persona sia stata considerata in subordine ai processi economici e alla gestione del potere e che si siano state traguardate paternalisticamente (a volte nemmeno questo!) le povertà materiali di uomini e donne soffocati dalla fame e dalla mancanza di sicurezze elementari. Il capo delegazione francese è arrivato al punto di paragonare il modesto 'accordo' finale di Copenhagen al «Patto di Monaco che nel 1938 spianò la strada al nazismo». Ma in questo caso il tema era come vivere in armonia con tutto ciò che è nel Creato, del futuro del pianeta nel Creato. La posta in gioco è il dono della vita e la sua custodia.
« I cristiani hanno un dovere non negoziabile di andare incontro alle necessità economiche dei bisognosi, ma talvolta si dimostrano carenti nel comprendere quali misure siano più efficaci nella riduzione della povertà. Ne è convinto il Direttore di ricerca dell’Acton Institute, il prof. Samuel Gregg. Il professore, direttore di ricerca dell’Acton Institute, in una intervista fatta in vista della prossima conferenza organizzata dallo stesso Istituto, afferma anche che « per decenni ci è stato detto che l’aiuto allo sviluppo e le altre forme redistributive sono la soluzione alla povertà. Eppure i dati sono piuttosto inequivocabili nel dimostrare che questo non è vero e che questi interventi non producono un cambiamento sistemico. Anzi, spesso aggravano le difficoltà. Un altro problema è che gran parte dell’economia dello sviluppo è sottesa da ideologie profondamente materialistiche e da antropologie deformate. Ma noi sappiamo che la riduzione della povertà è solo in parte una questione economica e materiale. Essa ha anche dimensioni, morali, spirituali, giuridiche, culturali e istituzionali. La cosa paradossale è che noi conosciamo già i segreti per ottenere una riduzione della povertà. Uno tra i più importanti è che non è possibile ridurre la povertà senza creare ricchezza, e che la creazione della ricchezza avviene in alcuni contesti culturali e istituzionale e non in altri.»
È un discorso antico che in qualche misura nella nostra Italia i cattolici nel secondo dopoguerra (in gran parte responsabili della gestione del bene pubblico) hanno cercato di governare attraverso strumenti come l'Eni, l'Iri ecc. Purtroppo le degenerazioni di personaggi - tutto sommato - minori ne hanno progressivamente mutato connotati ed effetti e ne hanno decretato la fine sostanziale. Sono ancora convinto (ancor più dopo lo tsunami finanziario di questi mesi) che quella esperienza debba essere rivisitata - ed al più presto; non solo con riferimento al nostro paese.
Completa leggendo:
1 - L'Intervista del prof. Samuel Gregg
2 - Libera impresa, povertà e crisi finanziaria [Free Enterprise, Poverty, and the Financial Crisis]