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martedì 1 novembre 2011

• Lavoro oggi. E domani?



Il grande accumulo del debito nel paesi occidentali si traduce in un carico sui giovani. Abbiamo consumato di più di quanto era lecito ed abusato nell’uso incontrollato di strumenti come quello finanziario, ponendo in sottordine la centralità della persona e della famiglia, scaricando il peso sulle generazione future. 
L’urgenza immediata propone spesso la visione parziale di un fenomeno - sia nel momento del processo che in quello del prodotto. È quello che sempre più spesso accade e le cui conseguenze possono far perdere la necessaria visione d’insieme che permette un vero confronto o - quando necessario - una riprogettazione. Ma processo e prodotto non possono espropriare il ‘primo piano’ al bisogno (o ritenuto tale) al quale si intende far fronte. ‘Primo piano’: espressione che esalta la differenza con la parola ‘centralità’ che può essere attribuita al soggetto da soddisfare oppure allo strumento col quale si intende giungere alla soddisfazione del bisogno.  Nel nostro Paese, in particolare, anche per la strutturazione complessiva del sistema ‘impresa’ (funzionale alla dimensione medio-piccola) fino a tempi recenti si è cercato di mantenere centralità all’uomo e comunque al lavoro che ne sosteneva strategie ed obiettivi - anche parziali. Col progressivo ripensamento delle ideologie europee affermatesi negli ultimi due secoli ed i precipitati produttivo/finanziari che via via avevano indotto nelle varie aree del globo si giungeva allo stadio attuale, alla cosiddetta ideologia di mercato ed alla esaltazione del fattore tempo come momento determinante di ogni scelta e del suo sfruttamento. 
Occorre armonizzare la capacità imprenditoriale con una solidarietà capace di dare risposte al cambiamento ed alle mutate condizioni organizzative dei ruoli all’interno  delle famiglie e delle Comunità di vario livello. Si deve porre attenzione a chi sa usare le risorse; creare impresa e lavoro. Perché "se una scelta apparentemente generosa come quella di distribuire i guadagni tra i lavoratori impedisce la crescita dell'azienda, dell’investimento e dell’occupazione, allora in realtà non è stata una scelta generosa"; non è stata una scelta per diritti, ma la loro negazione.
Attuale contingenza: centralità dello strumento finanziario e riduzione dell’uomo ad osservatore subordinato ed occasionale, ridotto a puro strumento funzionale; il lavoro con la ricerca come momenti da rendere sempre più soggetti ai meccanismi di accumulazione di chi controlla i gruppi che determinano scelte e strutturazioni.
Il nostro Paese ha risentito più di altri di progressivo arretramento perché più di altri aveva cercato risposte in progress alla centralità dell’uomo, alla solidarietà ed alla uguaglianza, alle dinamiche comunitarie ‘positive’. Oggi si trova di fronte alla urgenza di tamponare la discesa che viene imposta dall’interno (col permanente richiamo ad una economia reale fai da te ed esterna a qualsiasi tipo di strategia) e dall’esterno (tentando di non essere travolta dalle degenerazioni strumentali finanziarie, troppo spesso di sola origine speculativa).
Tutto questo ha comportato anche che lo strumento ‘organizzazione del lavoro’ fosse rivisto - il più efficacemente possibile - in funzione dei mutati processi ed obiettivi, anche traguardati al fattore ‘tempo’. L’organizzazione del lavoro e dell’impiego delle professionalità imponeva ed impone una flessibilità ‘ad ogni costo’ che ha provocato, provoca e provocherà alterazioni profonde non solo all’interno delle imprese - piccole e grandi - ma anche nella Comunità a livello di territorio e delle famiglie. Per sostenere questo tipo cambiamento da anni si è favorito l’affermazione di una cultura che destabilizzasse prima di tutto ruoli e legami nelle unità familiari; mantenesse il più possibile  il fermo alla mobilità sociale, avviata negli anni ’50; cercasse strutture istituzionali che riducessero la qualità e la quantità della partecipazione alle decisioni comunitarie (in nome della velocizzazione del sistema gestionale); impoverisse sempre di più la reattività etica di singoli e gruppi ed esaltasse - in qualsiasi modo - l’homo homini lupus desacralizzante. 
Il mondo dei lavoratori e delle lavoratrici ha cercato da sempre di controllare un tal sistema (pur nella consapevolezza che è solo una delle componenti che possono incidere ed affermare strategie). Il sistema contrattuale ha cercato di rimediare alle degenerazioni in atto, pur consapevole dei limiti imposti dalla strutturazione sindacale (che pure ha visto un periodo di ricerca e di formazione qualitativa molto importante col Centro Studi di Fiesole) e di quella istituzionale di partecipazione alla formazione delle decisioni. Ma il sistema contrattuale ha un limite nella possibilità di disporre agilmente del diritto di sciopero e di tale diritto nei fatti è difficile disporre quando si raggiungono tassi di mancanza di lavoro o livelli retributivi a malapena adatti a far fronte alla sopravvivenza personale e, molto meno a quella della famiglia; quando ‘scientificamente’ si procede alla destrutturazione del sistema welfare esistente senza predisporre alternative. Non dimentichiamo mai che flessibilità per non essere equivalente alla precarietà (che è l’atto più distruttivo e suicida di un territorio) deve essere sempre coniugata con un rafforzamento dello welfare.

sabato 8 ottobre 2011

• Previsti gli Stati Generali del Comune di Livorno


È annunciata la convocazione degli Stati Generali del Comune di Livorno.

C’è indubbiamente urgenza e necessità di confronto ampio ed approfondito sull’assetto della città e del territorio sulla stessa incidente, delle destinazioni d’uso del territorio (anche in considerazione degli importanti cambiamenti degli ultimi anni). È giunto il momento di rileggere e, forse, in parte da riscrivere il progetto per la città ed il suo naturale hinterland tenendo conto e riesaminando i processi infrastrutturali in modo che si possa superare l’attuale progressivo isolamento in atto. Non è facile stare insieme come cittadini che operano nel territorio, in autonomia e con ruoli diversi (negli strumenti associativi che operano, o dovrebbero operare, in funzione della efficacia e della efficienza delle istituzioni, ad ogni livello; oppure in rappresentanza di specifici interessi socio-economici e/o culturali). Troppo spesso infatti corriamo il rischio di avvitarci su singole parzialità dimenticando l’equilibrio d’insieme che è necessario e non eludibile. Troppo spesso su singoli soggetti e persone si sommano ruoli tra loro non compatibili. Troppo spesso chi detiene (singolo o gruppo, piccolo o grande) un potere concreto anziché cercare una progettualità concertata, privilegia (quando lo fa) la ricerca del consenso su ciò che ha già deciso ed avviato.

È urgente che ciascuno porga agli altri la propria progettualità e ne verifichi il grado di compatibilità reciproca. Specialmente quando si tratta di leggere uno strumento urbanistico che non può essere solo figlio di momenti speculativi e finanziari, ma anche rispettoso delle culture operanti nella Comunità, presenti o potenziali nonché delle dinamiche sociali e residenziali. Uno strumento sufficientemente flessibile; ma non ‘precario’ - cioè soggetto a modifiche ad ogni stormir di fronde secondo le convenienze contingenti dell’uno o dell’altro.
Il nostro territorio sta attraversando, già da tempo, una fase di stagnazione e di avvitamento su approssimazioni e piccole querelles.
È importante che ci sia la convocazione degli Stati Generali dell’area. Tanto più che In questi mesi recenti si sta cercando di rimpolpare la qualità dirigente locale con innesti dall’esterno del territorio. È essenziale, però, che si predefinisca metodo, finalità e tempi coi quali ciascun soggetto proporrà frutti e stimoli derivanti da un tale confronto a 360°; tappe funzionali ad obiettivi condivisi.

martedì 20 luglio 2010

• Informazione e riformismo

Nei giorni scorsi la CISL confederale ha tenuto l'attesa Conferenza Nazionale sulla Contrattazione. Un approfondimento tematico assai importante - in una fase nella quale è necessario comprendere i fenomeni legati al modo col quale si lavora, si convive e si condivide. Si colloca nel solco del sindacato riformista, che ha caratterizzato nascita e sviluppo tecnico-organizzativo della Cisl italiana. In calce indico i link al video degli interventi del segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni. I media hanno - di fatto - ignorato l'avvenimento, come se si fosse in presenza di un fatto estraneo alla strumentazione da costruire per leggere, interpretare e progettare la nuova fenomenologia economica e sociale. Netta, infatti, è stata l'«invisibilità mediatica». In linea generale, coloro che vi hanno posto attenzione (almeno quelli che sono riuscito a leggere!) hanno “predicato“ il ruolo della Cisl (al di là della qualità dell'attuale gruppo dirigente cislino ai vari livelli territoriali o settoriali), come subordinato al potere di turno (d'impresa o politico/partitico) e rappresentandolo come inerte ed afasico. Due, secondo me, le cause di questo fenomeno (tra l'altro non nuovo). In primo luogo la strumentalità di chi gestisce attualmente il potere pubblico e privato (direttamente o indirettamente) influenza pesantemente la «cultura» e l'«autonomia di giudizio» del sistema informazione e determina una sostanziale distorsione della stessa sulle vicende occupazionali e finanziarie (nazionali, locali e globali). In secondo luogo (come scrive il prof. Ichino per analogo fenomeno parlamentare) il meccanismo mediatico fa sì che venga data notizia soltanto di ciò che platealmente contrasta ed esalta il ruolo conflittuale del sindacato, come se questo non dovesse tutelare i propri soci ma l'immagine della propria organizzazione o della propria ideologia attraverso rifiuti totali e indistinti, magari rafforzati da qualche corteo rissoso; come se dovesse vivere in una parola solo di 'propaganda' e non distinguere «ciò che è condivisibile da ciò che va rifiutato nelle scelte» altrui, «facendosi carico dei vincoli oggettivi che nel contesto attuale si impongono a qualsiasi potere strutturato.


•
Conferenza stampa

• Conclusioni di Raffaele Bonanni

giovedì 1 luglio 2010

• Pomigliano. Priorità alla occupazione.

In questi mesi si è svolta e conclusa una prima fase negoziale tendente a riportare occupazione nel nostro Paese (in particolare in zone particolarmente colpite dal falgello della disoccupazione). Come accaduto in altri momenti ed in altre occasioni, il mondo dei lavoratori si è diviso. Da un lato la FIOM-cgil sceglieva di arroccarsi in difesa frontale di quanto ritenuto acquisito una volta per tutte - o quasi - senza misurarsi con le strategie finanziario/imprenditoriali che imponevano cambiamento ed adozione di nuove strategie produttive ed organizzative (a livello multinazionale) oltre che strumentazioni di contenimento della nuova ideologia del mercato. Dall'altro FIM-cisl & c., al contrario, si adattava a ciò che riteneva nell'immediato non modificabile e proponeva difesa e contrattacco nello stile degli Orazi e Curiazi. Da un lato la FIOM-cgil si arroccava sulla capacità e volontà di intervento istituzionale a tamponamento della propria debolezza negoziale. Dall'altro FIM-cisl & c. si rendevano conto che quella condizione non era presente e, in particolare per la FIM-cisl, comunque non gradita dal momento che il negoziato era attivo. Due opposte posizioni e strategie di confronto, che le varie componenti sindacali dei lavoratori non sono state in grado di portare a sintesi, ad unità effettuale. Due opposte impostazioni che hanno portato ad un accordo, sottoscritto da alcuni sindacati e confermato dalla maggioranza dei lavoratori e contestato dalla FIOM. La cultura tradunionista ‘conflittuale’ tout court e quella tradizionale CGIL-centrica si scontrava con quella partecipativa del sindacalismo riformista che poneva al centro l’uomo, ponendo - nel momento di maggior debolezza - come priorità la sopravvivenza (presenza di occupazione) e lasciando la porta aperta a spazi di tutela per la acquisizione di una nuova strumentazione. Si è giunti alla firma del testo di Pomigliano con la multinazionale Fiat, ponendo al primo posto il ritorno della occupazione in Italia (anche se a condizioni assai dure - personali e familiari). La categoria dei metalmeccanici della Cgil (la Fiom) ha portato i propri iscritti e simpatizzanti allo scontro col criterio di “la va o la spacca”, indebolendo di fatto il fronte negoziale. Le altre organizzazioni sindacali hanno accettato sacrifici assai condizionanti; pur lasciando però varchi chiari per il 'poi', nei quali la Fiom sembrerebbe volersi comunque inserire immediatamente. È seguito un referendum ricognitivo. Scrive il quotidiano della Confindustria il 24 giugno u.s.: "Dopo il sì dei dipendenti di Pomigliano al referendum di martedì (con il 63,4% contro un 36% di no), Fiat riavvia il dialogo con il fronte sindacale che ha firmato l'intesa. «L'azienda lavorerà con le parti sindacali che si sono assunte la responsabilità dell'accordo al fine di individuare ed attuare insieme le condizioni di governabilità necessarie per la realizzazione di progetti futuri» recita il comunicato diffuso ieri." Cosa accadrà, ora? Alla multinazionale FIAT mantenere i patti sottoscritti. Un amico ha commentato: «Stavolta la Cisl ha sbagliato, senza se e senza ma. L'uomo al centro.....» Io sono convinto del contrario. A stomaco vuoto si è facile preda della disperazione e non si costruisce nessun avvenire 'libero' e non asservito.
In ogni caso che la FIM e la Cisl abbiano sbagliato o meno lo verificheremo insieme, quando le azioni passeranno dalle parole ai fatti e sarà chiaro che non c'è stata alcuna infrazione del contratto nazionale (peraltro, guarda caso, non firmato dalla FIOM) né tanto meno Costituzionale - che disinformazia anche mediatica sta cercando di accreditare. Qualcuno nelle fabbriche e in parte della stampa ha pesantemente offeso i lavoratori della FIM che non condividevano tattiche e strategia della FIOM, mentre qualche altro chiedeva (propagandisticamente?) la ricomposizione unitaria del fronte sindacale più o meno sui contenuti proposti dalla FIOM. È incredibile!
Il segretario generale della FIM di Napoli sul quotidiano 'Conquiste del Lavoro' del 30 giugno u.s. ha risposto:
«"È offensivo, fuori luogo e ingeneroso dare dei "servi dei padroni" a chi, reggendo il confronto fino alla fine, ha dimostrato di saper assumere le necessarie responsabilità, per garantire un futuro di lavoro agli operai di Pomigliano". "I veri ed unici servi dei padroni - ha aggiunto - sono quelli che vogliono affossare Pomigliano, Napoli e il Sud. Napoli è terra di lavoratori che vogliono e sanno lavorare, non di scansafatiche - ha proseguito - è indispensabile non farsi prendere dall'emotività e mantenere la lucidità indispensabile per fare chiarezza fino in fondo. La Fim e la Cisl si sono battute per sbloccare l'investimento Fiat per Pomigliano, perchè hanno valutato che il valore delle opportunità di lavoro, diretto ed indiretto, che si verranno così a creare, è superiore ai sacrifici richiesti".» Nel caso specifico, le scelte erano sostanzialmente solo due: per CISL & c. la priorità era garantire la sopravvivenza di oltre 15.000 persone, con relative famiglie, e poi si creavano le condizioni per rimettere mano alla partita delle tutele (con le dovute correzioni ‘globali’, come indicato da tutti gli interlocutori) continuando a battersi per la centralità della persona; per la FIOM viceversa. CISL & c. (pensando al 'dopo') cercavano di recuperare uno sfilacciatissimo sistema di relazioni industriali 'partecipato' (quello affermato negli anni IRI, da rivedere alla luce della globalizzazione), per la FIOM limitando sostanzialmente il ruolo alla metodologia conflittuale. Non è un caso che l'azione degli uni non ha visto lo scontro con la CGIL di Epifani - che ha pubblicamente dichiarato alla Assemblea dei Quadri della CISL la propria comprensione (non so come altro chiamare la sua posizione).
Hanno fatto bene la CISL & c. ?
‘La CISL firma ormai di tutto contro tutta la sua storia', ha scritto e detto qualcuno in cerca di un facile consenso mediatico; ignorando consapevolmente la sua forza e capacità di proposta e negoziato - quadro indispensabile per la propria autonomia da governi - di vario livello - e controparti imprenditoriali, comunque denominate.
Ha fatto bene la FIOM a rifiutare di firmare sfilandosi (con CGIL scettica su questo ribadito atteggiamento 'negoziale') e cercando subito dopo il rientro il più vicino possibile alle proprie sponde, proprio per sfuggire al proprio isolamento fra lavoratori e lavoratrici?
C'è chi ha tirato per la giacca i partiti ( di maggioranza ed opposizione) per questa vicenda, cercando di recuperare logiche arcaiche da 'cinghia di trasmissione', per alcuni alla riscoperta di culture perdute, francamente risibili in una vicenda seria come questa; per altri come possibile sponda nelle pieghe della quale nascondere le proprie insufficienze e ritardi.
Ora la mossa tocca alla multinazionale Fiat, mentre al sindacato (alla CISL in particolare) tocca impostare e mettere in pratica una strategia 'globale' attraverso il sindacato internazionale - che appare incapace di reagire o di provarci non solo nel caso Fiat.
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La conclusione della fase [aggiornamento 10 luglio 2010]: Fiat Panda Pomigliano Bonanni e Farina su incontro con Marchionne

lunedì 4 gennaio 2010

• Per un progetto condiviso a dimensione comunitaria


Un vecchio amico (che normalmente evita di spargere giudizi, elogi o condanne con superficialità salottiera) a commento dell'attuale quadro politico-istituzionale mi diceva: "il modello berlusconiano è figlio di una cultura individualista filtrata dall'interno della 'sovrastruttura' utilizzata dalla leadership craxiana per la conquista e la gestione del potere e cerca propri spazi per accreditare la propria immagine o il proprio ruolo di breve periodo." Ed aggiungeva: "in gran parte si tratta di cascame di omelie mal digerite ed ascoltate distrattamente, fatte da persone che non riuscivano a vedere l'insieme della Comunità se non attraverso il filtro di ideologie e pregiudizi."
Altrove si legge che il berlusconismo «non può essere ammesso ed emendato senza sbriciolare per sempre quella macchina titanica di autoesaltazione costruita per trasmettere un modello ben preciso di moderna leadership populista agli italiani»
Ho molte riserve su queste valutazioni, se non altro per la loro parzialità. Dopo ben quindici anni di gestione del potere da parte del berlusconismo, dalle analisi (di questo tipo o più approfondite e meno viscerali), dobbiamo passare ad un progetto condiviso a dimensione comunitaria senza il quale l'involuzione politica e democratica del nostro Paese diviene irreversibile. La legge elettorale regionale toscana (prima e seconda versione) e quella nazionale ne sono un chiaro segnale. Ma ce ne sono altri altrettanto significativi - e certamente preoccupanti e 'grevi di conseguenze negative'.
Un amico mi ha segnalata (ancora una volta lo ringrazio) l'intervista sugli "economisti di ventura" rilasciata dal prof. Marcello De Cecco nei giorni scorsi. A mio parere fa parte di questo quadro. Risottolinea che economia, capitalismo et similia sono strumenti e come tali soggetti alla volontà degli uomini per come espressa dalla Comunità. Non obiettivi gestibili da e con espressioni matematiche assolute. Mi ritrovo in quasi tutte le considerazioni del prof. De Cecco. Penso, infatti, che se non abbandoniamo o non procediamo rapidamente al controllo del particolarismo (berlusconiano o meno) e non recuperiamo la nostra capacità e possibilità di ricerca riponendo la 'persona' come riferimento stabile di ogni tipo di progettazione di medio termine (anche socio-economica) il processo involutivo della democrazia italiana non può che continuare imperterrito. Da ciò consegue che l'Europa deve divenire la vera dimensione che può aiutare i suoi territori a distinguersi nel recupero dei fallimenti (più o meno accentuati nei vari spezzoni nazionali) che hanno contribuito alla gravità dell'attuale crisi e non un insieme di cani vocianti in caccia di un osso che non si sa dove sia nascosto. Lo stesso sindacato - elemento chiave del quadro istituzionale designato nella Costituzione - non può essere semplice osservatore di quanto gli accade intorno. Deve cambiare rapidamente registro e irrobustire la sua azione autonoma ma non rimanere indifferente ai mutamenti delle regole che fanno di una accozzaglia di individui una Comunità; riassumere decisamente l'incisività formativa del proprio quadro dirigente ed un collegamento con la qualità universitaria; rileggere i suoi strumenti di intervento per dare certezze e sicurezze a chi rappresenta o dovrebbe rappresentare perché anch'esse sono una parte non marginale del problema.

domenica 20 dicembre 2009

• NORD/SUD: due mondi, che, sgomitando tra gli egoismi, cercano l’incontro


Negli anni ’90 - più o meno - al confronto globale URSS-Occidente si avviava e sostituiva quello tra paesi ricchi e paesi sfruttati e poveri, tra popoli che tutto (o molto) avevano o conoscevano e chi veniva schiacciato e calpestato. L’incontro di questi giorni a Copenhagen - dopo le molte avvisaglie in sede ONU avvenute in questi anni - sul clima e sulla tutela ambientale ne è la prima vera presa d’atto.
In questo incontro tuttavia si è dimostrato che i tempi del confronto e della politica non coincidono con quelli della natura e della sua permanente tensione all’equilibrio; coi quali, fin dalle origini della terra, dobbiamo fare comunque i conti. Tutti: ricchi e poveri; con conoscenze e capacità elevate o meno. Sono i momenti nei quali gli egoismi devono trovare chiari limiti e non prevaricare il bene comune.
Scrive Maurizio Molinari su LA STAMPA, di oggi:
«Sebbene prive di riferimenti numerici ai tagli delle emissioni e frutto di negoziati caotici, le cinque pagine dattiloscritte dell’Accordo di Copenhagen costituiscono la prima intesa sulla protezione del clima fra i Paesi più industrializzati e le economie emergenti.» Saremo in tempo utile per evitare i disastri da tempo prefigurati dagli scienziati? Sapremo superare le culture suicide che oggi ci affliggono?
«Se il Forum del G20 negli ultimi 12 mesi si è trasformato nel luogo dove i giganti dei due emisferi si incontrano per sanare le ferite della recessione e pianificare assieme la ripresa globale, la conferenza di Copenhagen li ha visti trattare come mai avvenuto in precedenza perché erano in gioco interessi reciproci e molto concreti: dal livello di emissioni dipendono le dimensioni della produzione industriale ovvero delle quote nazionali di ricchezza globale.»
Preoccupa che, salvo alcune eccezioni, la persona sia stata considerata in subordine ai processi economici e alla gestione del potere e che si siano state traguardate paternalisticamente (a volte nemmeno questo!) le povertà materiali di uomini e donne soffocati dalla fame e dalla mancanza di sicurezze elementari. Il capo delegazione francese è arrivato al punto di paragonare il modesto 'accordo' finale di Copenhagen al «Patto di Monaco che nel 1938 spianò la strada al nazismo». Ma in questo caso il tema era come vivere in armonia con tutto ciò che è nel Creato, del futuro del pianeta nel Creato. La posta in gioco è il dono della vita e la sua custodia.

mercoledì 2 dicembre 2009

• La libera impresa è il peggior nemico della povertà

« I cristiani hanno un dovere non negoziabile di andare incontro alle necessità economiche dei bisognosi, ma talvolta si dimostrano carenti nel comprendere quali misure siano più efficaci nella riduzione della povertà. Ne è convinto il Direttore di ricerca dell’Acton Institute, il prof. Samuel Gregg. Il professore, direttore di ricerca dell’Acton Institute, in una intervista fatta in vista della prossima conferenza organizzata dallo stesso Istituto, afferma anche che « per decenni ci è stato detto che l’aiuto allo sviluppo e le altre forme redistributive sono la soluzione alla povertà. Eppure i dati sono piuttosto inequivocabili nel dimostrare che questo non è vero e che questi interventi non producono un cambiamento sistemico. Anzi, spesso aggravano le difficoltà. Un altro problema è che gran parte dell’economia dello sviluppo è sottesa da ideologie profondamente materialistiche e da antropologie deformate. Ma noi sappiamo che la riduzione della povertà è solo in parte una questione economica e materiale. Essa ha anche dimensioni, morali, spirituali, giuridiche, culturali e istituzionali. La cosa paradossale è che noi conosciamo già i segreti per ottenere una riduzione della povertà. Uno tra i più importanti è che non è possibile ridurre la povertà senza creare ricchezza, e che la creazione della ricchezza avviene in alcuni contesti culturali e istituzionale e non in altri.»
È un discorso antico che in qualche misura nella nostra Italia i cattolici nel secondo dopoguerra (in gran parte responsabili della gestione del bene pubblico) hanno cercato di governare attraverso strumenti come l'Eni, l'Iri ecc. Purtroppo le degenerazioni di personaggi - tutto sommato - minori ne hanno progressivamente mutato connotati ed effetti e ne hanno decretato la fine sostanziale. Sono ancora convinto (ancor più dopo lo tsunami finanziario di questi mesi) che quella esperienza debba essere rivisitata - ed al più presto; non solo con riferimento al nostro paese.

Completa leggendo:

1 - L'Intervista del prof. Samuel Gregg

2 - Libera impresa, povertà e crisi finanziaria [Free Enterprise, Poverty, and the Financial Crisis]


sabato 14 novembre 2009

• Occorrono interventi strutturali. Strategie di lotta e concertazione.

• Leggo su ILSOLE24ORE del 14 novembre: Cgil in piazza a Roma, Epifani: «Ora arriva il peggio della crisi»«Lavorerò ancora per l'unità sindacale ma bisogna avere volontà da tutte le parti. Io ce l'ho, spero anche gli altri». Lo ha detto il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, durante la manifestazione nazionale a Roma, indetta per protestare contro le politiche del Governo che non affrontano adeguatamente, secondo il sindacato, i nodi della crisi e non tutelano il mondo del lavoro e dei pensionati. Il segretario generale Cgil ha aggiunto che spera «di riuscire a fare una cosa che nel passato abbiamo sempre fatto: manifestazioni insieme».«Cisl e Uil avevano detto che avrebbero fatto uno sciopero generale nel caso in cui non ci fossero stati interventi nei confronti delle categorie dei lavoratori e dei pensionati, aspetto il loro giudizio»
• Leggo su
CONQUISTE DEL LAVORO (quotidiano della Cisl) del 10 novembre: " Crisi, Bonanni: "E' tempo di interventi strutturali. A cominciare dal fisco" "Al Governo la Cisl chiede conferme e nuovi interventi. Vanno confermati il sostegno agli ammortizzatori sociali, la decontribuzione del secondo livello contrattuale e la detassazione fino al 10% (in scadenza a dicembre). C'è poi l'area vertenziale: il rinnovo del contratto degli statali, su cui il Governo deve "accelerare" e la scuola, rispetto alla quale la Cisl chiede maggiore sostegno ai precari e una dilazione nel tempo del piano della Gelmini, che sta creando difficoltà non solo ai lavoratori ma anche alle famiglie. Il confronto con il l'Esecutivo si allarga anche a Confindustria e agli altri sindacati per quanto riguarda la partita del fisco: per Via Po si tratta di una lunga battaglia, che coinvolgerà tutto il territorio. "Al Governo - dice il segretario generale - chiediamo incentivi a favore della democrazia economica: detassazione di un'eventuale ripartizione degli utili e dell'affidamento delle azioni ai lavoratori. In generale vogliamo interventi strutturali di riduzione delle tasse sul lavoro. Ho saputo che Epifani porterà la questione del taglio delle aliquote, da noi sostenuta da molto tempo, al congresso Cgil."
• In momenti di tanta gravità per il sistema occorre puntare all'unità di tutte le forze per un progetto condiviso di riavvio del sistema stesso. Facile dirlo o farne un obiettivo propagandistico. È quanto sta accadendo, in questo momento, in particolare alla Cgil (tra l'altro impegnata nei propri problemi di riassetto congressuale interno). Francamente pensavo che la lezione storica degli anni '50-'60 avesse lasciato qualche traccia positiva nelle strategie di quella organizzazione. La manifestazione della Cgil a Roma, dimostra che così non è. In un momento tanto difficile Cgil, Cisl e Uil non solo marciano separate su obiettivi di breve-medio termine come salari ed occupazione ma traguardano obiettivi e momenti assolutamente diversi, pur mirando - tutte e tre - alla tutela di chi lavora o cerca per la prima volta un impegno gratificante di lavoro; che è posto ai margini del sistema o vive nella precarietà e nell'incertezza. Se non si vuole indebolire seriamente la loro capacità di tutela organizzata non possono essere lasciati all'autotutela individuale e ad una concorrenzialità per la sopravvivenza e per sentirsi vivi. L'homo homini lupus non porta lontano, mai. Tra l'altro si tratta anche di sostenere ancora una volta il sistema democratico, oggi sempre più soffocato da autoritarismi ed incertezze strutturali. Negli anni '70 il sindacato ha salvato il Paese e la democrazia costituzionalmente regolata, ma lo ha potuto fare perché comprese che era necessario restare uniti non formalmente per progetti ed obiettivi condivisi. Siamo in una circostanza anche più grave di quella di quegli anni. Ogni ulteriore commento è superfluo.

martedì 20 ottobre 2009

•LAVORO - Posto fisso, ... e i precari?

Costantino Corbari informa su CONQUISTE DEL LAVORO di oggi : «"Non credo che la mobilità di per sé sia un valore, penso che in strutture sociali come la nostra il posto fisso è la base su cui organizzare il progetto di vita e la famiglia. La variabilità del posto di lavoro, l'incertezza, la mutabilità per alcuni sono un valore in sé, per me onestamente no". Parole del ministro dell'Economia e Finanze Giulio Tremonti, a conclusione dell'intervento nell'ambito di un incontro sulla "partecipazione nell'impresa e azionariato dei lavoratori" tenutosi ieri a Milano.» Quasi tutti i quotidiani le richiamano come un grande obiettivo, che finalmente qualcuno pone all’attenzione dell’opinione pubblica. «Si possono mettere in discussione dieci anni di politiche del lavoro, nonché i contenuti di un Libro bianco sul welfare pubblicato solo cinque mesi fa, in meno di un minuto?» commenta Luca Pesenti sul SUSSIDIARIO. Su quasi tutti i quotidiani di stamani: la bagarre! È francamente sconcertante.

Sono alcuni anni che sindacati ed opposizione chiedono di smetterla di far ruotare il dibattito intorno a Berlusconi ed alle sue personali istanze (positive o negative che siano) per parlare delle conseguenze delle ricadute del disastro finanziario di derivazione liberistico-occidentale sulla gente comune, sul lavoro, sull'impoverimento di professionalità, sull'innovazione; di far riassumere primato e priorità alla PERSONA ed alla FAMIGLIA in modo da dare un significato alla 'invocazione' di un profondo cambiamento delle leadership che hanno consentito il disastro. La stessa chiesa cattolica si è chiaramente e severamente espressa su tutto questo ad ogni livello. Mi fa perciò ancora più effetto tutto il polverone che si fa sulla nuova posizione 'politica' e 'progettuale' espressa da Tremonti. Dov'era quando il partito democratico presentava in Parlamento tentativi normativi di tamponamento dei drammi di chi era travolto dal disastro (lavoratori dipendenti, autonomi e piccole imprese) e la maggioranza (di cui Tremonti fa parte primaria) li respingeva votando contro senz'altra motivazione che prima bisognava parlare di altro - senza indicare chiaramente di cosa e perché? Dov'era quando dalla sua stessa maggioranza si rimetteva in discussione l'unità dell'Italia proprio alzando il dito censorio sulla qualità e quantità del lavoro in alcune regioni 'povere' e 'destrutturate'? Dove, quando - sempre dalla maggioranza di cui fa parte - si accentuavano le disuguaglianze (sul piano dei diritti e dei doveri) tra i cittadini ad ogni livello?


lunedì 24 agosto 2009

• Accordi sindacali e rilancio produttivo.


Sono mesi che i sindacati dei lavoratori ed i più attenti osservatori (ivi comprese alcune associazioni d'impresa) parlano dell'urgenza di aggredire il problema salari e quello della redistribuzione territoriale e settoriale delle risorse che possono rendersi disponibili. Il ministro del lavoro, Sacconi, con riferimento esplicito ad accordi già interventi da tempo con buona parte del sindacato e con le associazioni d'impresa, sembra sottoscrivere questa priorità. Non potrebbe essere altrimenti per l'ovvia consapevolezza che nessun sindacato rinuncerà al proprio ruolo consentendo deviazioni legislative su materie di natura negoziale.

L'opposizione (pur nella varianza delle varie voci) è su questa linea esplicitamente richiamata dalle parti sociali, soprattutto i democrat. La maggioranza di governo, anziché attardarsi in dibattiti autoreferenziali sui temi in agenda (soprattutto per esposizione della Lega Nord in cerca di consolidamento della propria area di potere), deve portarsi anch'essa su questa posizione e non riservare il tema alla seconda battuta. Altrimenti la ripresa della nostra economia sarà ancora più lenta di quanto previsto dai centri di ricerca e valutazione specializzati (a livello interno ed internazionale), coi drammi ed i rischi conseguenti per la tenuta sociale ed istituzionale della nostra Italia.

mercoledì 19 agosto 2009

• Immigrati: una risorsa per il paese.


Sono cresciuti di dieci volte in 17 anni, ma non hanno rubato il lavoro a nessuno. Sono i 3 milioni e 400 mila stranieri presenti in Italia così come vengono fotografati da uno studio della Banca d’Italia. Sono una risorsa. Il rapporto Bankitalia evidenzia che gli stranieri con un impiego sono molto più giovani degli italiani, hanno meno istruzione e più difficoltà di apprendimento degli italiani, soprattutto nel Sud, ma aiutano a mantenere giovane la forza lavoro del Paese. Rappresentano la nuova classe operaia, dice la Banca d’Italia, e, al contrario di quanto si possa credere, «all’incremento del numero degli stranieri non si è associato un peggioramento delle opportunità occupazionali degli italiani.»

Nelle regioni centro-settentrionali tre-quarti degli immigrati sono stati impiegati come operai, una percentuale doppia rispetto a quella degli italiani. Nel Mezzogiorno, invece, sono più diffusi i piccoli imprenditori stranieri. I dipendenti, invece, nel Sud sono soprattutto nell’agricoltura, nel turismo e nei servizi alla persona.

Lo studio dimostra che gli immigrati fanno lavori che gli italiani non fanno, condizione che non molti decenni or sono era dei nostri emigrati un po’ in ogni parte del mondo. In più assistono anziani, bambini e malati, sussidiari dello stato sociale. Alcuni diventano imprenditori. Bankitalia ci ricorda in pratica che, come in tutti i paesi avanzati, l’immigrazione è una ricchezza per tutti, che gli immigrati guadagnano meno di noi ma che, grazie a colf e badanti, le donne italiane possono dedicare più tempo ed energie al lavoro.

La velocità d'ingresso in dieci anni è stata alta e l'integrazione riguarda, parzialmente la prima generazione ma soprattutto la seconda generazione, i figli degli immigrati. C'è pressione, ai confini e manca del tutto una politica consapevole (e una cultura) dell'integrazione, che non sia solo quella dell'emergenza.

La cultura del consumo (coi relativi cascami ideologici), nonostante le sollecitazioni derivanti dalla crisi del sistema finanziario in atto, mantiene alta l’accelerazione dei vari processi, in particolare di quelli delle imprese dell’energia e della trasformazione. Il dopo crisi è appena adombrato e non si sono ancora 'mosse' una cultura ed una organizzazione dei tempi diverse da quelle oggi richieste (che per quanto riguarda Italia ed Europa non sono neppure accettabili per il 'prima della crisi').

Dobbiamo velocissimamente ripensare progetti e ricalibrare strumenti ed obiettivi, altrimenti l'osmosi in atto vedrà processi di integrazione 'forzosa' e culturalmente improvvisata, come di fatto sta accadendo.

Possiamo e dobbiamo farcela! Possiamo e dobbiamo limitare poteri fuori controllo democratico affermati da 'lider maximi' e centri di potere di varia natura.

Il sindacato, come nel passato della nostra repubblica, può essere uno strumento determinante. Certamente il sistema impresa deve interagire con esso. Per tutti la ‘partecipazione’, verifiche e controlli democratici devono essere un punto di riferimento determinante. Da ciò l’importanza determinante di una strategia politica che non è facile intravedere in questo tempo, tante sono le contraddizioni propagandistiche che si intrecciano nella maggioranza di governo con peccati e peccatucci, micro-ideologie ed opportunismi, mentre il maggiore partito di opposizione sta definendo congressualmente progetti ed obiettivi.


NB - Le affermazioni ed i rilievi emergenti dalla ricerca della Banca d’Italia sono state tratte dalla stampa quotidiana in articoli finalizzati.

venerdì 7 agosto 2009

• "E ora?” Cosa faccio? Cosa porto a casa?

Di vicende di perdita di occupazione e di prospettive occupazionali e professionali (come sta accadendo alla Manuli di Ascoli Piceno o alla Innse di Milano - di cui tanto si parla in questi giorni) a Livorno ne abbiamo vissute di pesanti negli anni recenti. La Delphi (fabbrica USA con produzione sospesa da tre anni) ne è una drammatica conferma. Qualche volta siamo riusciti a mettere dei tamponi momentanei; qualche altra siamo rimasti, immobili, increduli, prima, e poi neri di rabbia repressa mentre affannosamente cercavamo di alzare barriere di difesa e ricercavamo nuovi obiettivi e prospettive.

Un fondamentale diritto umano, quello al lavoro, chiaramente violato; e con esso quello alla vita di persone e famiglie. Si colpiva il lavoratore dipendente. Si colpiva quello autonomo, che spesso vede i suoi sforzi ed impegni pluriennali vanificati da vicende e fenomeni sui quali non può in alcun modo incidere. Si colpiva chi lavorava saltuariamente ed era costretto allo stress dell’incertezza di trovare una soluzione sostitutiva di quello che in quel momento stava facendo. Coloro che sono costretti «a tale esperienza» sono «colti anzitutto dall'angoscia per l'immediato futuro.» *

«Come farò, si chiede, a pagare le rate del mutuo e dell'auto, le cure odontoiatriche per i figli più piccoli, il costo della scuola superiore o dell'università per i più grandi. In secondo luogo la stessa persona si sente vittima di una grave ingiustizia, di un inganno che qualcuno ha ordito alle sue spalle e che improvvisamente si rivela come tale.» * Quando si costringe qualcuno ad adattarsi alla cultura dell’incertezza (conclamata come il toccasana dell’attuale organizzazione della società), dobbiamo essere consapevoli che ogni stormir di fronde è avvertito come pericolo da tutto l’ambiente, nel quale vive ed opera. La mancanza di speranza da personale (ed è già un momento terribile!) diviene problema dell’ambiente; si allarga a macchia d’olio; nonostante l’atteggiamento consolatorio o falsamente ottimistico che qualcuno ‘che conta’ scodella con sorrisi o con pacche sulla spalla.

Deve essere recuperata, rapidamente, una strategia ed una politica della ‘certezza’ per evitare il ripetersi di drammi familiari, personali ed ambientali ; una politica che non faccia ritenere inutile ed insignificante la propria professionalità; che faccia sentire di essere parte non passiva di una Comunità solidale, di essere uguali nelle opportunità. Una cultura della vita che non ritiene fatale quello che accade, ma che vede responsabilità definite con nomi e cognomi.

Per chi è cristiano, una cultura dell’amore rinnovata e consolidata - anche se questo significa essere 'eversori' dell’attuale organizzazione del lavoro e della società che ci vengono proposte dai Centri di potere, dovunque essi si siano formati e stabiliti. La Centesimus annus e Caritate in veritate indicano percorsi sui quali lavorare e proporre progetti praticabili rivolti a tutti.

«Il punto critico non è quindi se i lavoratori della Innse abbiano esagerato o no nel salire su una gru per impedire lo smantellamento dei macchinari da parte del nuovo proprietario»*, quelli francesi nel sequestrare i loro dirigenti e capoccia, o altri nel cercare nella fuga dalla realtà e nel suicidio pace e sicurezza. Il punto è se possiamo permetterci una cultura dell’assenza e del sorriso (funzionale al nasconderla). mentre si affonda e non siamo in grado di proporci scenari positivi (per demerito nostro o per quello di chi abbiamo delegato ad impegnarsi nelle istituzioni) o ci si aggrappa a quel che capita (in difesa della propria sicurezza o per affermare la propria arroganza o la propria ansia di sentirsi ‘il primo’) ignorando la priorità delle priorità: la Comunità nel suo insieme.

Le politiche del lavoro degli ultimi 15-20 anni, in particolare, hanno trasferito sul piano finanziario gli errori che hanno determinato crisi di sistema come quella che interessò i flussi della produzioni nel ’29. Come allora stanno scaricando sui punti più deboli del sistema i danni da espansione e sviluppo ‘drogati’. Il recupero ed il riassestamento (le “sicurezze”) saranno più difficili e complessi perché a differenza di allora non ci saranno insiemi di aree in grado di attutire colpi e contraccolpi. Le superficialità ‘culturali’ che venivano dette nei corsi di orientamento al lavoro sulla moltiplicazione infinita delle occupazioni flessibili e sulla conseguente brevità dei tempi di ricerca della occupazione successiva alla presente hanno cozzato con la cruda realtà di questi mesi.

« Al presente il problema, se possibile, si è ulteriormente complicato. Non soltanto l'economia crea nuovi posti di lavoro a un ritmo molto basso, ma è possibile che per un lungo periodo ne crei assai meno di quanti se ne stanno perdendo. E per accrescere la sicurezza dei milioni di individui che l'hanno già persa, o che temono di perderla tra breve, non basteranno né la ripresa - posto che questa arrivi nel 2010, o nel 2011, o ancora dopo - né un potenziamento dei cosiddetti ammortizzatori sociali. Sarebbero assolutamente necessarie politiche industriali realmente innovative rispetto ai modelli precedenti, che in altri paesi a partire dagli Stati Uniti, si cominciano a intravedere.

Ci vorrebbero inoltre interventi radicali di sostegno al reddito, quale sarebbe ad esempio un reddito di base o reddito di cittadinanza che sia, nonché una redistribuzione del lavoro disponibile che non abbia paura di quello che fu in passato uno slogan - lavorare meno per lavorare tutti - ma che potrebbe rivelarsi come una ricetta indispensabile per il prossimo futuro.»*

Ribadisce il presidente della Repubblica emerito, C.A. Ciampi:« Occupiamoci, per favore, del pane. Rendiamoci conto che la garanzia che l’autunno sarà meglio non ce la può dare nessuno, evitiamo di confondere la mente delle persone con problemi che non esistono. Gli italiani hanno bisogno di certezze sulla loro situazione economica personale, devono riprendere ad avere fiducia nel loro futuro, chiedono maggiori sicurezze. La realtà è che dubitano del fatto che non si può che andare meglio: si è data l’illusione che il punto di minima fosse stato toccato e si stesse rimbalzando verso il meglio, invece il dato della produzione industriale di giugno smentisce tutto ciò.»** « La dimensione e la durezza della crisi impongono al Paese unità e serietà, non consentono di abbassare più o meno furbescamente la qualità dei problemi di cui è fatta la vita e che ci immiseriscono. Ora, più che mai.»**


* Luciano Gallino su REPUBBLICA del 6 agosto 2009

** Carlo Azeglio Ciampi su IL MESSAGGERO del 7 agosto 2009

sabato 16 maggio 2009

• Non si può vivere con poca speranza e senza certezze

Su qualche quotidiano (soprattutto periferico) si leggono liste elettorali e fenomeni di adesione sindacale con gli occhi di un miope ed inconcludente vetero- ideologismo, tanto da identificare - di fatto - come un tutto unico post-comunisti e metalmeccanici CGIL, con tanti saluti alla stessa storia degli ultimi vent'anni di quel sindacato, al ruolo effettivamente sollecitato da lavoratori e lavoratrici aderenti alla FIOM oggettivamente diverso e - anche se troppo spesso - separato da quello dei suoi dirigenti. Come il mutamento delle adesioni a livello nazionale ed in alcuni casi politicamente importanti come quello dell'integrativo della Piaggio dimostrano. La tensione tra chi lavora (operaio o no) aumenta per l'incertezza del futuro nel breve periodo. Ed è una cappa che investe tutti, in ugual misura e drammaticità.
Ne è testimonianza anche quanto accaduto, alla manifestazione dei lavoratori della Fiat a Torino indetta da Fim, Fiom, Uilm e Fismic per chiedere alla FIAT risposte certe sul futuro degli stabilimenti italiani nella grande partita dell'alleanza con Chrysler e Opel. Momenti di tensione altissima e tafferugli durante il comizio dei segretari dei metalmeccanici . Una cinquantina di persone che si distinguevano come SLAI-cobas hanno interrotto il comizio, strattonato e tirato giù dal palco il segretario generale della FIOM-cgil Gianni Rinaldini. «Un episodio deplorevole costruito in modo organizzato» ha detto Rinaldini che però non deve «oscurare la grande manifestazione» di oggi. Contestato anche il segretario generale della FIM-cisl, Giuseppe Farina: al quale i Cobas hanno urlato "venduto, venduto" ed hanno staccato il microfono, anche se nella confusione ha terminato l'intervento. Colpito con una cinghiata il segretario generale della UILM piemontese, Maurizio Peverati. Hanno occupato il palco strappando gli striscioni di Fim-cisl, Fiom-cgil, Uilm-uil e Fismic-sida e un loro rappresentante ha preso il microfono.
Tutto questo è emblematico e ricorda - molto da vicino - certe 'sfuriate' degli anni '70 che portarono solo alla marcia dei 40.000 ed all'indebolimento dell'azione sindacale. Ed il vantaggio non fu certamente per i lavoratori e le lavoratrici! Lo staff dirigente della FIOM, quello della FIM e quello della UILM dovrebbero ricordarlo; in particolare quello della Fiom. Ancora una volta c'è chi cerca di sfruttare una situazione di grave preoccupazione e di incombente mancanza di speranza nel futuro di se stessi e delle proprie famiglie per propri obiettivi immediati di proselitismo occasionale e/o di carattere puramente nichilista. I contestuali appelli alla fiducia da parte del Presidente del Consiglio - di cui si legge sulla stampa ma non seguiti da provvedimenti di governo significativi - suonano come una provocazione in questa situazione. Qualche giorno fa un quotidiano francese ebbe a parlare di una situazione prerivoluzionaria causato dal dissesto socio-economico in atto, anche se in presenza di mancanza di obiettivi concretizzabili per chi materialmente poteva cedere a tale tentazione. Esagerava? Forse.

martedì 21 aprile 2009

• Collera e mancanza di speranza.

Leggo su Liberation del 19 aprile che Dominique de Villepin, anziano Primo ministro di Jacques Chirac "valuta che in Francia ci sia un «rischio rivoluzionario»". "Sta montando "una «forte collera» ed una forte «mancanza di speranza»" in ambito sociale. "L'anziano Primo ministro si appella al governo perché «passi ad una velocità superiore» nelle politiche sociali". Ma la tensione sociale non sale solo in Francia. I congressi della Cisl, territoriale e settoriali, in corso già da tempo lo fanno annotare sempre più intensamente, anche se la concretezza ed il grado di speranza ancora presente, al momento, la attenua leggermente. Le stesse notizie del miglioramento del quadro economico diffuse da Confindustriua, attraverso il suo presidente signora Marcegaglia, possono alimentare la speranza di una ripresa lenta (lenta, ma ripresa). Ma non è sufficiente. L'emergenza richiede una strategia d'insieme che sembra procedere al rallentatore. Quanto scritto da Romano Prodi sul Messaggero del 20 aprile fissa alcuni punti fermi, di cui si deve tener conto. «Il primo segnale è puramente politico. Pur non avendo preso nessuna decisione straordinaria, la riunione dei G20 tenuta a Londra all’inizio di Aprile, ha dimostrato che nel mondo si è ricostituito un possibile nucleo di comando. Il fatto che attorno allo stesso tavolo fossero seduti gli Stati Uniti, la Cina e, seppure in modo più defilato, l’Unione Europea, ha mandato a tutti il messaggio che si sta ricostituendo la struttura di comando di cui vi era assolutamente bisogno. Da una crisi anarchica stiamo cioè passando ad un mondo in qualche modo governato.» «Il secondo messaggio (non così positivo ma almeno di minore pessimismo) arriva dagli Stati Uniti, dove gli ultimi dati di alcune grandi realtà economiche, come Citigroup e General Electric, sono meno negativi delle previsioni. La fiducia dei consumatori non potrà riprendersi in modo stabile se gli americani non verranno liberati dalle tre grandi paure da cui sono ancora afflitti , e cioè la paura di perdere le case in conseguenza delle ipoteche non pagate, di vedere i propri fondi pensione decurtati dalla crisi finanziaria e, infine la paura di ammalarsi da parte dei 50 milioni di cittadini che non sono ancora coperti da alcun tipo di assicurazione contro le malattie.» «Più pallidi sono i segnali provenienti dall’Europa, sia per la mancanza di una politica comune a livello continentale, sia per la divergenza delle situazioni dei singoli Paesi europei. Tuttavia non possiamo trascurare il fatto che la caduta si sia molto rallentata anche da noi e che in alcuni settori, come quello dell’automobile, le politiche di incoraggiamento alla domanda abbiano dato frutti certamente incoraggianti e, in ogni modo, assai più positivi rispetto alle previsioni.» «Queste considerazioni però sono sufficienti per dirci che la ripresa nel mondo verrà. Probabilmente dopo l’estate ma verrà. Ma verrà con una radicale redistribuzione del potere fra i diversi Paesi e le diverse classi sociali.»


• Earth Day, una giornata dedicata al pianeta.

Il SOLE24ORE scrive: «I principi di questa edizione dell'Earth day sono, in particolare, la promozione di un futuro a zero emissioni grazie ad un massiccio passaggio alle energie rinnovabili come alternativa ai combustibili fossili. Secondo: l'adozione di una seria cultura di risparmio energetico. Terzo: porre le base per una nuova economia basata sull'energia pulita, in grado di portare a nuovi milioni di posti di lavoro.» Tutto l'articolo al seguente link:

domenica 29 marzo 2009

• Ripensare l'economia sul primato della persona e del lavoro

Il cardinale Renato Raffaele Martino (Presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace) ha scritto un importante articolo apparso su “L'Osservatore Romano” di oggi, 29 marzo 2009.
Inizia così: «La profonda crisi finanziaria manifestatasi nell'autunno scorso e della quale è ancora difficile valutare la gravità degli sviluppi economici e sociali, può essere occasione positiva per ripensare l'assetto globale dell'economia e della finanza. Va in questa direzione l'apprezzabile iniziativa del Governo italiano di inserire, per la prima volta, fra le tappe di avvicinamento al G8 che si terrà nel mese di luglio del 2009, anche uno speciale summit sociale del G8 stesso.
In modo particolare, merita attenta considerazione il tema scelto per questo summit sociale: «La dimensione umana della crisi: provvedere alla persona, ripartire dalla persona». Questo perché se lo sconquasso della finanza si riverbera in definitiva sul sistema economico e quindi sulle persone concrete inserite nel loro ambito familiare, anche la reazione non può essere suscitata che dalle persone concrete.
Ciò comporta provvedere alla persona salvaguardando la sua dignità con l'adattamento dei sistemi di welfare; ripartire dalla persona creando le condizioni per la nascita di nuove opportunità di lavoro. Temi, questi, che stanno a cuore alla Chiesa e che sono al centro del suo insegnamento sociale.»
Può essere letto nella sua interezza al seguente link:
Ripensare l'economia
Consiglio la rilettura di quanto scritto da Carlo Azeglio Ciampi e che abbiamo riportato sul blog "mai dire ormai - 1"

domenica 15 febbraio 2009

• Crolla la casa: sotto le macerie i più indifesi.

Quando c’è un terremoto e la casa è scossa, i primi calcinacci, i primi crolli e le prime macerie cascano sui più deboli di ieri e su quelli che si sono loro aggiunti negli ultimi giorni. È una regola millenaria. Questo impone a chi fa politica di cercare di non far crollare la casa (puntellandola al meglio nell’immediato) e di costruire ripari robusti per i più esposti. Troppo spesso ho l’impressione che si stia continuando a procedere a vista, con eccesso di prudenza nell’avvicinarsi a chi dei terremoti è stato causa prima oltre a manifestare idee poco chiare e tentazioni suicide di isolazionismo e protezionismo. Nel nostro paese si annota una tendenza, nell’insieme, iperprudente da parte governativa (con sbandamenti, anche vistosi, delle varie fazioni che la compongono) ed una proposta strategica da parte dell’opposizione del PD (che pur annota ‘giovanottini’ al proprio interno che remano con spinte al logoramento del veltronismo). Sindacati dei lavoratori (con forti rallentamenti della cgil) e confindustria cercano di smarcarsi e si prodigano nella via negoziale alla partecipazione e adombrando schemi operativi concertati.
Il prof. Romano Prodi, sul Messaggero di oggi con riferimento al G7, ne richiama le principali coordinate strategiche e tratteggia lo scenario atteso all’interno del quale operare. «Apprezzamento per la politica economica, fiscale e monetaria seguita dalla Cina. Dopo gli attacchi del Tesoro americano alla gestione monetaria cinese, accusata di pratiche aggressive nei confronti dei paesi concorrenti, questa pace economica fra gli Stati Uniti e la Cina non può che fare bene alle prospettive di ripresa.» «Volontà comune di lotta contro il protezionismo». Costruzione di «nuove regole e standard più rigorosi per i mercati finanziari internazionali.»
È il momento di operare e decidere in modo da perseguire, flessibilmente, quanto richiamato sul piano globale. Quindi urgenza e necessità di avere comuni obiettivi a sostegno della comunità ed evitare l’accentuazione delle incombenti nuove diseguaglianze sociali. Le pacche sulle spalle possono in qualche caso, raro, dare polvere negli occhi e nascondere mancanza di idee o strategie non per il bene comune ma per quello di pochi. I drammi non si curano con sorrisi o con l’elemosina, ma con la condivisione.

sabato 3 gennaio 2009

• Per un capitalismo giusto.


Sul TIRRENO di questa mattina è stata pubblicata una riflessione del prof. Massimo Paoli sulla ideologia liberista e delle consequenziali ha avuto di mercato e  consumo. 
La crisi finanziaria globale sta determinando pesanti ricadute sulla economia reale. Già si stanno manifestando anche nella nostra realtà territoriale sovrapponendosi a quelle derivanti dalla crisi locale, che da tempo ci assilla. 
Quella di Paoli è una riflessione in aperto contrasto - almeno a me così pare - con rigurgiti individualisti progressivamente negatori di ogni spirito comunitario e solidaristico, che vogliono accentuare le attuali servitù di sistema e fanno chiedere da certe aree ‘fondamentaliste’ l’abolizione della domenica, il mantenimento strutturale dell’attuale marginalizzazione della famiglia e l’allungamento dei tempi-lavoro a basso costo per il consumatore, offrendo elemosina e non solidarietà.
Il Tirreno - sabato 3 gennaio 2009
Le regole del mercato
Per un capitalismo giusto
di Massimo Paoli
Negli ultimi trent’anni la presa di possesso delle menti da parte dell'ideologia liberista in campo economico è stata tale da sembrare opera di un genio malefico.- poche ma pesantissime parole d’ordine, una potenza di fuoco mediatica impressionante, una ricerca spasmodica di convergenze d'interesse nell'inganno collettivo che ha coinvolto banche, agenzie di rating (stupefacente la 'Tripla A" assegnata a Lehman Brothers fino a pochi giorni* prima della deflagrazione), guru delle università (Alesina, Giavazzi & Co) e importanti opinion maker, e la robotizzazione dell'opinione pubblica è stata se non un “gioco da ragazzi” di certo rapida e completa.
D'altra parte, gli assunti del neo-liberismo sono tra i più fantasiosi e suadenti.
1) Il mercato è infallibile. Produrre denaro a mezzo di denaro come processo centrale del neo culto liberista ha il suo Olimpo nel mercato. E. si sa, dove operano gli dei non vi può essere fallibilità. Meno regole dunque, ma soprattutto meno controlli gli si applicano e meglio funzionerà (“meno Stato più mercato”). D'altronde se è infallibile, che sostituisca subito quel rottame chiamato presenza pubblica che lo rallenta e lo allontana dall'efficienza massima-ottima (qualunque cosa questo voglia dire).
2) L’unico Stato possibile, in questo quadro, è uno Stato minimo. Se è minimo lo Stato, possono essere minime anche le imposte, tanto i servizi pubblici rimangono tali a se sono offerti da privati (basterà pagarli, naturalmente).
3) Le imposte divengono così un male assoluto che permette allo Stato di controllare i cittadini, sottrargli e sperperarne i soldi consentendo alle classi politiche, sostanzialmente corrotte, di arricchirsi alle loro spalle. Finalmente non solo possono essere ridotte all'osso le tasse, ma salta anche la necessità di mantenere il presupposto progressivo dello imposte personali. È la fine della politica di redistribuzione dei redditi. L’idea inculcata è molto semplice: non ce n'è più bisogno.
4) Lo Stato minimo non fornisce che servizi pubblici essenziali, allora occorre privatizzare tutti gli altri. La convinzione che si prova a far passare ~ che un ambiente competitivo avrebbe assicurato ai servizi pubblici offerti dai privati un’efficacia superiore, e in ogni caso a costi inferiori a quelli offerti dallo Stato (e così anche questa idea deformata di sussidiarietà è entrata a far parte delI'anticristianissima iper-privatizzazione dei sistemi).
Per stare in piedi questo castello doveva far sì che il reddito disponibile pro capite e soprattutto pro famiglia aumentasse in linea con l’esponenziale crescita delle responsabilità e dei ruoli individuali e familiari, nonché con il costo dei servizi pubblici (che restano pubblici anche se erogati da privati). Scuola, università, sanità, pensioni, sicurezza e ammortizzatori sociali e così via, tutto nell'estremismo liberista avrebbe dovuto, e dovrebbe, essere pagato privatamente.
I ceti medi non ce l'hanno fatta e soprattutto non ce la faranno da qui in avanti. Occorre restituirgli reddito. Bisogna tornare ai modelli di capitalismo avanzato che abbiamo lasciato per inseguire la trogloditica follia liberista. Dobbiamo riprendere la traiettoria democratico-liberale per la quale giustizia sociale e libertà di mercato sono integrate nello stesso disegno. In un equilibrio organico che dia nuova centralità alla progressività dell'imposizione fiscale, al recupero dell'evasione, e alla redistribuzione dei redditi non come semplice po-litica economica, ma come essenza di un capitalismo ”giusto" possibile. Insomma, un mix del meglio delle esperienze americane (dal New deal ai Kennedy a Obama) e delle migliori esperienze europee (socialdemocratiche e non).
La visione democratica e liberale (non c'è giustizia senza libertà e non c'è libertà senza giustizia) non è stata battuta se non dalla stupidità. Penso che sarebbe bello tornare a quella visione, riscoprirla, rilanciarla ma con lo spirito evocato da un celebre aforisma di Friederich Nietzsche- «Per questo [nuovo] mondo volete un nome? Una soluzione per tutti i suoi enigmi? E una luce anche per voi, i più nascosti, i più forti, i più impavidi, o uomini della mezzanotte?..»
Questo mondo è la volontà di potenza e nient'altro! E anche voi siete questa volontà di potenza e nient'altro!".