
Tre irresponsabili sparano a dei poveracci già ampiamente umiliati e vessati, in cerca di una overdose di emotività in un ambiente già caldo e teso. Per propria imbecillità e irresponsabilità o perché qualcuno doveva platealmente marcare il territorio per dire a chi agiva in nome dello Stato rendendo più incisiva la risposta alle intimidazioni e procedeva a sequestri di beni di origine criminale? Qualunque fosse il motivo da promuovere, non era difficile rinfocolare l’odio e l’intolleranza per il diverso - il nero, in questo caso - che si considerava un sopportato per necessità - un servo della gleba -, uno che chiedeva l’elemosina di un pezzo di pane (14 ore di lavoro durissimo per 25 euro al giorno e senza alcuna tutela) e che lo si rintanava in ricoveri-porcili occasionali. Il diverso - la vittima - ha cercato di dire BASTA. È stato ‘cacciato’; qualcuno lo ha colpito a sprangate e fucilate, qualche altro ha trovato i mezzi di trasporto. Doppiamente vittime, i diversi. Altre vittime (quelle con residenza locale) che si trasformavano in persecutori.
Il lavoro dei diversi, ora, lo deve fare qualche altro, con o senza il caporalato, con o senza la sovrintendenza della ‘ndrangheta locale. I delinquenti che hanno tenuto i diversi in quelle condizioni salariali e subumane qualcuno li cerca e persegue? Quando andranno in galera? I mancati o superficiali controlli di Ministero del lavoro, Regione, Inps, ecc. sono stati mai fatti? Con quali conseguenze?
Ora sta cominciando l’operazione scaricabarile: qualcun’altro è sempre responsabile. A mio parere, salvo prova contraria, lo sono tutti quelli che in questi anni hanno gestito il potere locale, regionale e nazionale. Il comune di Rosarno è da tempo commissariato per mafia.
L’odio e l’intolleranza era facile rinfrescarli, a Rosarno come nei tanti punti nei quali se ne creano le condizioni, culturali ed emotive, al sud, al centro ed al nord.
Cesare Martinetti ha scritto, tra l’altro, su LA STAMPA di oggi: « La rivolta di Rosarno è scoppiata nelle stesse ore in cui il ministro dell’Interno, a distanza di pochi chilometri, discuteva con i responsabili dell’ordine pubblico in Calabria la risposta dello Stato alla bomba esplosa contro la procura. Una coincidenza casuale ma davvero simbolica che nella saldatura tra l’emergenza cronica chiamata mafia ('ndrangheta, camorra, ecc.) e la nuova emergenza che si chiama immigrazione ci consegna all’inizio di questo 2010 un’agenda sociale drammatica. Quello che sta accadendo a Rosarno in queste ore ci riguarda tutti: il nostro quartiere, le nostre periferie, a Sud e a Nord, interroga la nostra coscienza di cittadini, sfida l'intelligenza e mette alla prova quello che si chiamava il sentimento democratico. Non è un problema solo italiano. Una rivolta del tutto analoga a quella di Rosarno è scoppiata qualche mese fa a Calais, nel Nord della Francia» Come non convenirne o chiudere gli occhi rifugiandosi in un bubbolio da barrino trasandato? o scaricando sugli immigrati responsabilità non loro, glissando sui problemi posti dall’essere uomini e donne a pieno diritto / dovere di cittadinanza che ci hanno dato una mano per mesi od anni?

Il numero dei senza lavoro ha sfondato quota 2 milioni. A questo devono aggiungersi circa 5-600.000 cassanintegrati, di cui al momento non si conosce la sorte. Livorno è dentro. Lo sappiamo, anche se sembra in lieve recupero; momenti come la ex-Delphi o la ex-Motofides attenuano e ridanno infatti speranza. Il barile era già stato raschiato, da tempo e,quindi, ogni notizia in tal senso è salutare.
Ma quali prospettive di lavoro, dipendente o autonomo? Qualcuno si sorprende che le migliori professionalità (sperimentate o potenziali) ed i più intraprendenti cerchino altrove alternative, anche fuori dall’Italia, comunque fuori dalla realtà territoriale, ed invoca il superamento individuale delle frustrazioni, del deficit di speranza incombente.
I nostri anziani sono sempre più poveri e sempre meno in grado di dare una mano a chi è in trincea, sempre più residuali. La realtà quotidiana preme. La lontananza dal territorio dei centri decisionali accentua la sensazione di marginalità che ormai da troppo tempo rischia di soffocare le energie ancora disponibili o recuperabili.
La mia amica Cristina su FB ha scritto: «Dobbiamo svegliarci, numerose famiglie italiane compresa la mia e' veramente con il sedere per terra, costretti a rinunciare alle cose primarie, bollette che si accumulano, e buste paghe sempre piu' leggere.......ma come facciamo? Siamo veramente stufi! Viviamo nell'angoscia continua. Facciamo qualcosa per fermare chi non rispetta le regole, per sollecitare chi dovrebbe operare nel salvaguardare i nostri diritti. Siamo stanchi!!!!»
Una prima considerazione. Sono convocati Tavoli di consultazione tra i vari soggetti - pubblici e privati - alla ricerca di un progetto o a conferma di un obiettivo già individuato. Possono essere importanti se nessuno si mette alla finestra in attesa che quello che sta accanto faccia. È ormai urgente che tutti remiamo nella stessa direzione e con gli stessi tempi; che tutti facciamo concretamente avvertire il ruolo che siamo chiamati a rappresentare - non solo a parole. La parola TUTTI, non fa escludere nessuno: dalle imprese ai sindacati dei lavoratori e delle lavoratrici, a chi ha scelto di essere sostegno e voce dei più deboli e marginali, alle istituzioni (figlie di momenti elettorali). La parola TUTTI richiede una attenta riflessione sul significato di PARTECIPAZIONE alla tutela e progettazione del bene comune. Essa impone di creare le condizioni perché TUTTI siano messi nelle condizioni di esercitarla, non solo formalmente.
Una seconda. L’intervento di Cristina ricorda che essere solidali non è solo fare in modo da fronteggiare esigenze minime vitali delle persone e delle famiglie, ma anche dar loro speranza, farle sentire ‘vive’, capaci di contribuire alle soluzioni, impedire che la mancanza di speranza porti alla paralisi e che il primo che passa speculi sulla pelle di chi sta peggio.

Non si può fare una ammuchiata dei due momenti: l’atto violento sul volto di Berlusconi; la speculazione propagandistica innescata da quell'atto - quotidianamente in atto con sfarfallìi in TG vari e pubblicazioni.
Il volto insanguinato di Berlusconi e dei tamponi protettori (visti all’uscita dal San Raffaele di Milano) non solo hanno richiamato un forte sentimento di umana pietà per la vittima del momento, ma hanno richiamato alla memoria di ogni persona - con un minimo di sensibilità ed amore per il prossimo - i volti ed i corpi che i violenti hanno colpito negli anni, recenti e meno recenti. Fortunatamente nessun paragone o somiglianza con quanto accaduto. Quei volti erano di persone non esposte come nei casi dello stragismo nero o strategicamente in quel momento determinanti per la salvaguardia delle istituzioni come nel caso dei delitti e delle gambizzazioni dei brigatisti rossi; ovvero persone che la criminalità organizzata coinvolgeva consapevolmente per affermare il proprio potere o il controllo del territorio. In tutti i casi, da quello di oggi a quelli di ieiri ed ieri l'altro, non potevamo che essere coinvolti in un forte sentimento di pietà per tutte le vittime ed i colpiti, di orrore per l’indifferenza al diritto alla vita, di indignazione per l'attacco frontale alla Comunità.
Altra cosa è la speculazione propagandistica, tanto vile quanto meschina, operata da amici (ed anche nemici) del Silvio nazionale. È anch'essa segnale di grave degrado della vita comunitaria.
Un vecchio amico (che normalmente evita di spargere giudizi, elogi o condanne con superficialità salottiera) a
commento dell'attuale quadro politico-istituzionale mi diceva: "il modello berlusconiano è figlio di una cultura individualista filtrata dall'interno della 'sovrastruttura' utilizzata dalla leadership craxiana per la conquista e la gestione del potere e cerca propri spazi per accreditare la propria immagine o il proprio ruolo di breve periodo." Ed aggiungeva: "in gran parte si tratta di cascame di omelie mal digerite ed ascoltate distrattamente, fatte da persone che non riuscivano a vedere l'insieme della Comunità se non attraverso il filtro di ideologie e pregiudizi."
Altrove si legge che il berlusconismo «non può essere ammesso ed emendato senza sbriciolare per sempre quella macchina titanica di autoesaltazione costruita per trasmettere un modello ben preciso di moderna leadership populista agli italiani»
Ho molte riserve su queste valutazioni, se non altro per la loro parzialità. Dopo ben quindici anni di gestione del potere da parte del berlusconismo, dalle analisi (di questo tipo o più approfondite e meno viscerali), dobbiamo passare ad un progetto condiviso a dimensione comunitaria senza il quale l'involuzione politica e democratica del nostro Paese diviene irreversibile. La legge elettorale regionale toscana (prima e seconda versione) e quella nazionale ne sono un chiaro segnale. Ma ce ne sono altri altrettanto significativi - e certamente preoccupanti e 'grevi di conseguenze negative'.
Un amico mi ha segnalata (ancora una volta lo ringrazio) l'intervista sugli "economisti di ventura" rilasciata dal prof. Marcello De Cecco nei giorni scorsi. A mio parere fa parte di questo quadro. Risottolinea che economia, capitalismo et similia sono strumenti e come tali soggetti alla volontà degli uomini per come espressa dalla Comunità. Non obiettivi gestibili da e con espressioni matematiche assolute. Mi ritrovo in quasi tutte le considerazioni del prof. De Cecco. Penso, infatti, che se non abbandoniamo o non procediamo rapidamente al controllo del particolarismo (berlusconiano o meno) e non recuperiamo la nostra capacità e possibilità di ricerca riponendo la 'persona' come riferimento stabile di ogni tipo di progettazione di medio termine (anche socio-economica) il processo involutivo della democrazia italiana non può che continuare imperterrito. Da ciò consegue che l'Europa deve divenire la vera dimensione che può aiutare i suoi territori a distinguersi nel recupero dei fallimenti (più o meno accentuati nei vari spezzoni nazionali) che hanno contribuito alla gravità dell'attuale crisi e non un insieme di cani vocianti in caccia di un osso che non si sa dove sia nascosto. Lo stesso sindacato - elemento chiave del quadro istituzionale designato nella Costituzione - non può essere semplice osservatore di quanto gli accade intorno. Deve cambiare rapidamente registro e irrobustire la sua azione autonoma ma non rimanere indifferente ai mutamenti delle regole che fanno di una accozzaglia di individui una Comunità; riassumere decisamente l'incisività formativa del proprio quadro dirigente ed un collegamento con la qualità universitaria; rileggere i suoi strumenti di intervento per dare certezze e sicurezze a chi rappresenta o dovrebbe rappresentare perché anch'esse sono una parte non marginale del problema.
Negli anni ’90 - più o meno - al confronto globale URSS-Occidente si avviava e sostituiva quello tra paesi ricchi e paesi sfruttati e poveri, tra popoli che tutto (o molto) avevano o conoscevano e chi veniva schiacciato e calpestato. L’incontro di questi giorni a Copenhagen - dopo le molte avvisaglie in sede ONU avvenute in questi anni - sul clima e sulla tutela ambientale ne è la prima vera presa d’atto.
In questo incontro tuttavia si è dimostrato che i tempi del confronto e della politica non coincidono con quelli della natura e della sua permanente tensione all’equilibrio; coi quali, fin dalle origini della terra, dobbiamo fare comunque i conti. Tutti: ricchi e poveri; con conoscenze e capacità elevate o meno. Sono i momenti nei quali gli egoismi devono trovare chiari limiti e non prevaricare il bene comune.
Scrive Maurizio Molinari su LA STAMPA, di oggi: «Sebbene prive di riferimenti numerici ai tagli delle emissioni e frutto di negoziati caotici, le cinque pagine dattiloscritte dell’Accordo di Copenhagen costituiscono la prima intesa sulla protezione del clima fra i Paesi più industrializzati e le economie emergenti.» Saremo in tempo utile per evitare i disastri da tempo prefigurati dagli scienziati? Sapremo superare le culture suicide che oggi ci affliggono?
«Se il Forum del G20 negli ultimi 12 mesi si è trasformato nel luogo dove i giganti dei due emisferi si incontrano per sanare le ferite della recessione e pianificare assieme la ripresa globale, la conferenza di Copenhagen li ha visti trattare come mai avvenuto in precedenza perché erano in gioco interessi reciproci e molto concreti: dal livello di emissioni dipendono le dimensioni della produzione industriale ovvero delle quote nazionali di ricchezza globale.»
Preoccupa che, salvo alcune eccezioni, la persona sia stata considerata in subordine ai processi economici e alla gestione del potere e che si siano state traguardate paternalisticamente (a volte nemmeno questo!) le povertà materiali di uomini e donne soffocati dalla fame e dalla mancanza di sicurezze elementari. Il capo delegazione francese è arrivato al punto di paragonare il modesto 'accordo' finale di Copenhagen al «Patto di Monaco che nel 1938 spianò la strada al nazismo». Ma in questo caso il tema era come vivere in armonia con tutto ciò che è nel Creato, del futuro del pianeta nel Creato. La posta in gioco è il dono della vita e la sua custodia.
« I cristiani hanno un dovere non negoziabile di andare incontro alle necessità economiche dei bisognosi, ma talvolta si dimostrano carenti nel comprendere quali misure siano più efficaci nella riduzione della povertà. Ne è convinto il Direttore di ricerca dell’Acton Institute, il prof. Samuel Gregg. Il professore, direttore di ricerca dell’Acton Institute, in una intervista fatta in vista della prossima conferenza organizzata dallo stesso Istituto, afferma anche che « per decenni ci è stato detto che l’aiuto allo sviluppo e le altre forme redistributive sono la soluzione alla povertà. Eppure i dati sono piuttosto inequivocabili nel dimostrare che questo non è vero e che questi interventi non producono un cambiamento sistemico. Anzi, spesso aggravano le difficoltà. Un altro problema è che gran parte dell’economia dello sviluppo è sottesa da ideologie profondamente materialistiche e da antropologie deformate. Ma noi sappiamo che la riduzione della povertà è solo in parte una questione economica e materiale. Essa ha anche dimensioni, morali, spirituali, giuridiche, culturali e istituzionali. La cosa paradossale è che noi conosciamo già i segreti per ottenere una riduzione della povertà. Uno tra i più importanti è che non è possibile ridurre la povertà senza creare ricchezza, e che la creazione della ricchezza avviene in alcuni contesti culturali e istituzionale e non in altri.»
È un discorso antico che in qualche misura nella nostra Italia i cattolici nel secondo dopoguerra (in gran parte responsabili della gestione del bene pubblico) hanno cercato di governare attraverso strumenti come l'Eni, l'Iri ecc. Purtroppo le degenerazioni di personaggi - tutto sommato - minori ne hanno progressivamente mutato connotati ed effetti e ne hanno decretato la fine sostanziale. Sono ancora convinto (ancor più dopo lo tsunami finanziario di questi mesi) che quella esperienza debba essere rivisitata - ed al più presto; non solo con riferimento al nostro paese.
Completa leggendo:
1 - L'Intervista del prof. Samuel Gregg
2 - Libera impresa, povertà e crisi finanziaria [Free Enterprise, Poverty, and the Financial Crisis]
Quanto sta accadendo in Italia nel settore della comunicazione ha dell’incredibile. La destra sta finendo di consegnare il sistema tv al monopolio Mediaset, che gestisce di fatto anche pubblicità e rete distributiva dei film nelle sale cinematografiche. Il sistema pubblico (e pochissime variabili al sistema TV commerciale, tipo La7) è stato costretto ad assistere inerte, o quasi. L’unico concorrente/ostacolo che si oppone a tutto questo è Murdoc (Sky), ma certamente non per rispetto di un residuo anelito di democrazia e di libertà! L’antitrust che fine ha fatto? Il colpo (quasi finale) al servizio pubblico può venire dal minacciato - da Berlusconi - dimezzamento del canone TV e dal reclamato annullamento dello stesso rivendicato - condito da molta superficialità - da Di Pietro. Le divisioni ed i ritardi delle opposizioni; una legge elettorale partitocratica (partita dalla Toscana ed approdata a livello nazionale con la ‘porcata’ Calderoli); le divisioni e le intolleranze delle destre, verso il loro interno e verso l’esterno, inevitabilmente fanno reclamare l’urgenza di «non buttare via il bimbo con l’acqua sudicia», non continuare in questa azione di smantellamento del ruolo del sevizio pubblico. Ne va della libertà di tutti!
“Bella mi’ DC”, mi strilla spesso negli orecchi un caro amico. Se penso anche a questo aspetto della nostra società (quello della comunicazione e della partecipazione democratica, in particolare), anch’io sono propenso a concordare che il problema era all'epoca - tutto sommato - non grave come lo è oggi. Almeno finché i cattolici del dopo Resistenza impegnati in politica non hanno perso il controllo di quel loro strumento e non sono sopravvenuti populismi, arrivismi, affarismi e terrorismi rossi e neri - di vario genere e dimensione.
Il quadro è ricomponibile in termini democratici? Penso di sì. Ma a condizione di smettere di lamentarsi di questo o di quello e di ricominciare a dare battaglia per il mantenimento e rinnovamento degli strumenti di democrazia e di partecipazione come la comunicazione, nel suo insieme strumentale: dai quotidiani, alle riviste, ai libri a internet, ai social network, al sistema TV.
È comunque essenziale aver chiaro che controllo e gestione non possono essere concentrati nelle stesse mani e che lo Stato non può stare a guardare quello che fanno e decidono dei soggetti privati per i loro interessi esclusivi e le loro finalità edonistiche. Comunicazione significa anche formazione permanente. Il pluralismo è essenziale per il mantenimento del sistema democratico e del sistema parlamentare. La formazione (e l'innovazione tecnologica) non può essere lasciata solo in mano ai privati, che agiscono esclusivamente nel loro interesse immediato. Non può essere di conseguenza garantita da privati, per quanto illuminati possano essere.