venerdì 25 settembre 2009

• G20, priorità al lavoro, condizione per un nuovo ordine globale.


“Il G-20 di Pittsburgh di questi giorni si è aperto con gli auspici di un’economia mondiale che mostra i primi segnali di ripresa. La parola chiave è coordinamento. Tre temi principali: la regolamentazione dei mercati finanziari, le strategie di uscita da politiche monetarie e fiscali espansive, gli squilibri nella bilancia commerciale di Cina e Stati Uniti.” *1

“Nessun Paese ha interesse a muoversi verso un mondo più regolamentato se non in compagnia. Per due ovvi motivi: 1) con la globalizzazione il capitale finanziario e anche quello umano si muovono verso le migliori opportunità, e la deregolamentazione ne crea di migliori opportunità anche se effimere; 2) una maggiore regolamentazione dei mercati del credito potrebbe ridurre la crescita. Se è vero che non solo si socializzano le perdite e si privatizzano i profitti, che le banche e gli intermediari svolgono una funzione chiave, quasi “sociale”, che i soldi dei contribuenti hanno garantito i salvataggi bancari, allora non si può cedere sul fronte della regolamentazione. Si può discutere dei tempi ma non dei modi, le leve finanziarie devono per forza ridursi. I costi sociali della crisi in termini di disoccupazione sono sotto gli occhi di tutti.” *1

Perciò è importante che si cerchi di definire regole per una morale del mercato in modo da recuperare - almeno in parte - la dimensione ‘persona’ pur nella salvaguardia degli equilibri raggiunti, nel tempo, all’interno dei singoli territori e delle varie dimensioni societarie; equilibri che sono sempre più compromessi dalle urgenze e dalla distanza tra chi ha e sa e chi non ha (o ha poco, pochissimo) e chi non è posto in grado di avere l’opportunità di sapere. C’è chi invoca, anche in questa occasione, il recupero etico come vincolo della liberalizzazione selvaggia, finora testimoniata un po’ da tutti coloro che più avevano e sapevano, senza porsi il problema della necessità di un etica condivisa senza la quale squilibri e distonie non saranno avviabili a superamento. Probabilmente si finirà per percorrere diversi itinerari di aggiustamento dei processi esistenti per attenuarne la crisi invocando una permanente condivisione affidata ad una generica solidarietà, ma senza individuarne seriamente confini ed obiettivi.

Il problema del lavoro (che non è soltanto essere impegnati in una ‘qualsiasi’ occupazione in permanente conversione in tempi brevi e con alto rischio di precarietà) svela la fragilità della attuale ripresa dalla crisi ‘globale’ e la ‘parzialità’ delle scelte. Non a caso i sindacati dei lavoratori a livello internazionale si sono mossi cercando spazzi di interlocuzione. Lo impongono gli alti tassi di disoccupazione nei paesi a più alto tasso di sviluppo e l’allargamento delle fasce di povertà a livello globale e locale con caduta verticale dei livelli di professionalità pregressi. Da ciò la scelta di mettere nell’agenda del G20 il problema del lavoro è quasi obbligata.

Il peso e il significato della crisi occupazionale sono stati riconosciuti esplicitamente dalle fonti più autorevoli. “Dopo un seminario di due giorni, la Banca centrale americana ha dichiarato che non cambierà i tassi di interesse «per un lungo periodo» (i tassi Usa sono di poco superiori allo zero dal 2008, a stimolo di una economia ancora debole). Una decisione che gli analisti spiegano così: «Ci si aspetta per i prossimi due anni una crescita positiva ma molto lenta, non sufficiente a far abbassare significativamente il livello di disoccupazione - che è poi la vera ragione per cui la Fed sarà molto accomodante nei prossimi anni».” *2

Il contesto è sempre più drammatico: “la recessione globale sta colpendo con spietata precisione i Paesi più poveri, mentre il numero delle persone affamate ha già superato il miliardo. Per i sindacati internazionali, il G20 deve preoccuparsi di più dell'occupazione negli interventi di stimolo fiscale, come suggerisce l'Ilo; condividere esempi di buone pratiche ed attuare il Patto Globale per l'occupazione.”*3 Vedremo ciò che accadrà in concreto al G20 previsto per l’imizio del 2010. “I sindacati sono chiari: non si deve mettere il peso dello sforzo fiscale sulle spalle di coloro che già hanno pagato con salari più bassi e aumento della disoccupazione. Occorrono semmai una tassazione progressiva e l'equità nel sistema e la proposta del ministro tedesco delle finanze Steinbrueck di una tassa sulle transazioni finanziarie internazionali (già Tobin Tax).
Durissimi i sindacati in materia di trasparenza finanziaria. Non ci può essere fiducia nel fatto che la "cabala dei saggi banchieri centrali e di controllori finanziari" che ha fallito nell'assicurare stabilità finanziaria prima della crisi, possa farlo ora nel "Financial Stability Board".
*3 “Il paradosso è chiaro: chi ha creato instabilità finanziaria non vuole incontrare chi ha pagato letteralmente le spese del pesantissimo crac. Buste paga light, drammi in ogni angolo del mondo, ma l'Fsb continua ad agire a porte chiuse, senza alcuna norma minima di governance istituzionale democratica.”*3
Perciò i sindacati plaudono ai correttivi, a cui sta ponendo attenzione l’attuale G20 “verso gli hedge fund ed altri nuovi strumenti finanziari, alla remunerazione dei dirigenti, alla cooperazione delle banche centrali contro la crisi, la fuga di capitali e i paradisi fiscali. Ma intimano al Fsb di aprirsi pienamente alla indagine pubblica e di prevedere un ruolo per il controllo pubblico dei loro affari, attraverso processi di consultazione formali.”
*3 È vitale.

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*1 Pierpaolo Benigno, Strategie di uscita, Il Messaggero, 25 settembre 2009

*2 Lucia Annunziata, Priorità al problema lavoro , La Stampa, 25 settembre 2009

*3 Raffaella Vitulano, G20, verso intesa su finanza e bonus. Obama incontra i sindacati a Pittsburgh. Conquiste del lavoro, 29 settembre 2009


lunedì 14 settembre 2009

• Il miglior presidente che stupisce il mondo

Il mondo, dai vicini europei alla Nuova Zelanda, ci guarda attonito. Le cronache e i commenti dei giornali di tutto il pianeta oscillano tra lo scherno, la preoccupazione per i rischi per la democrazia che appaiono sempre più concreti e lo stupore per il fatto che rimanga ancora senza conseguenze una serie di vicende che avrebbero portato, in qualsiasi altro paese che non fosse sotto il tallone di una dittatura, alle dimissioni – e da tempo – di colui che si è appena definito “il miglior presidente del Consiglio degli ultimi 150 anni”.

Nel frattempo i capi della Lega, difensori della Civiltà Cattolica contro gli assalti del barbari che premono alle frontiere e ormai dilagano all’interno, officiano il rito dell’ampolla d’acqua del Dio Po versata nella laguna di Venezia, benedicono con le sue ultime stille il capo di fanciulli casualmente lì presso e rilanciano il programma di secessione della Padania – che “sarà uno Stato libero, indipendente e sovrano” – da perseguire “con le buone o con le meno buone”. Ed è un ministro della Repubblica, uno di quelli che hanno giurato fedeltà alla Costituzione, a pronunciare queste parole.

In questo generale impazzimento, incredibilmente ignorato o sottovalutato da una parte cospicua dei cittadini, l’Italia si trova immersa nella crisi mondiale di cui oggi si dice che il peggio sia passato – nel senso del collasso dell’economia globale – ma si concorda anche sul fatto che il futuro è imprevedibile. Il nostro paese era in seria difficoltà già prima della crisi: il dibattito sul “declino” ha fatto consumare fiumi di inchiostro. Ora, invece di questo teatro dell’assurdo, servirebbe una politica economica, di cui, al di là di qualche modestissimo intervento-tampone, non si vede traccia. Mentre l’America – ma anche altri paesi – lancia la green economy, da noi ci si disinteressa persino del contenimento delle emissioni, a cui ci siamo impegnati firmando il Protocollo di Kyoto e che ci costerà denaro sonante non rispettare. Il cuore della nostra politica è lo “scudo fiscale”, ennesimo regalo senza contropartita agli evasori, e il controllo di qualche proprietario di yacht, tanto per avere i titoli sui giornali ed evitando con cura iniziative più serie.Ma non disperiamo. Siamo nelle mani del “miglior presidente” che ci potesse capitare.

(da EGUAGLIANZA E LIBERTÀ - 14 settembre 2009)

sabato 12 settembre 2009

• Livorno, lavoratori e lavoratrici a rischio.


Livorno – Delphi Italia Automotive Systems S.r.l. Ieri, produzione ricambi auto e moto. Oggi, poco più che un nome che evoca l’impegno di molti, per la difesa di un importante punto produttivo per l’area d’insediamento e per la dimensione occupazionale. ENI-AGIP oggi raffina prodotti petroliferi, domani: un incognita. Piccole imprese, con particolare rilievo per quelle dell’edilizia, annaspanti per la scarsa liquidità. Professionalità media dell’area sempre più fuori controllo ed a forte rischio di indebolimento ulteriore.

Istituzioni che si muovono, tra cautele ed incertezze con frequenti stop and go. Quale strategia territoriale e/o di area vasta adottare, per quale ipotesi progettuale di recupero territoriale anche a salvaguardia di un ‘dimagrito’ sistema produttivo locale?

Il vescovo Diego, preoccupatissimo, corre da lavoratori e lavoratrici della Delphi ed offre, insieme ad un forte impegno di riflessione e preghiera, mani e braccia per testimoniare speranze e solidarietà di una Comunità. Il vescovo Simone, che nel frattempo gli è succeduto, insorge dalla piazza del santuario a Montenero in difesa di chi lavora per ENI-AGIP: « È inaccettabile che una azienda, cha fa fior di utili e per di più è in mano allo Stato, possa pensare di smantellare una raffineria senza prima provvedere a cercare una soluzione occupazionale per i suoi dipendenti.» Non basta affidarsi a un qualsiasi acquirente e pensare che tutto sia compiuto.

Lavoratori e lavoratrici, anche coi loro sindacati, sono in prima linea e cercano una risposta costruttiva

alle loro ansie, alla loro incombente mancanza di speranza.

Alcune delle priorità dell’area livornese. Non soltanto per la salvaguardia delle famiglie di lavoratori e lavoratrici, nonché per il sostegno del sistema dei servizi, ma anche per porre un punto fermo al processo pluriennale di ridimensionamento della struttura produttiva (che in molti ritenevamo giunto al termine, o quasi). Si aggravano le conseguenze della lontananza dai centri di potere e della marginalizzazione dalle loro strategie; della 'fuga dei cervelli' e dei forzati limiti delle strategie di recupero e rilancio dell’area.

La subentrata crisi finanziario/produttiva attuale? Un ostacolo aggiuntivo da fronteggiare.

Bisogna certamente dare priorità a tamponamenti e difesa ma soprattutto è urgentissimo superare l’inerzia delle analisi e segnare un percorso condiviso per una progettualità d’area, che metta insieme tutte le forze istituzionali e private (associazioni d'impresa, sindacati dei lavoratori, terzo settore, ecc.) e consenta di giungere a strategie (che, sole, possono ridare fiato nel tempo medio e che necessitano di un quadro relazionale accuratamente predisposto). Non esiste autosufficienza o colpo di 'genio' capace di imporre una svolta. Neanche in casi come quello della Delphi o quello dell’ENI-AGIP, fatti precipitare ulteriormente da vicende esterne. Come ha ribadito recentemente il Presidente emerito, il nostro C.A.Ciampi: « Aumenta ogni giorno il numero delle famiglie in cui c’è un problema di lavoro, è sotto gli occhi di tutti il peggioramento diffuso delle condizioni di vita reale, siamo costretti a fare i conti con una dimensione crescente di disuguaglianza sociale, registriamo tristemente che i poveri sono sempre più poveri.» Il dramma della disoccupazione porta sempre a forme di disperazione con le quali prima o poi, bisogna fare i conti. Sempre più frequenti sono i casi nei quali i colpiti da fenomeni destrutturanti cercano visibilità attraverso atti finalizzati al clamore mediatico. Sono momenti che fanno annotare una disperazione più che manifesta, che fanno prevalere la denuncia; quasi sempre senza un risultato che solo il momento negoziale può dare, sostenuto da una attiva condivisione collettiva da parte dei vari soggetti operanti nell’area settoriale, locale e regionale. In questi casi, un solo soggetto (sia esso il sindacato A o B, l'associazione d'impresa tal dei tali, l'uomo di potere bianco o nero, istituzionale o meno) è molto difficile che sia determinante dal momento che la vicenda è causata da più fattori concomitanti e da più soggetti d'intervento e proposta.

Per uscire dalla crisi è fondamentale una coesione straordinaria tra le forze politiche e le forze sociali; senza dimenticare che dalla crisi non si può uscire senza «il recupero della condivisione, della fraternità, dello spirito sociale, del bene comune». Livorno rimane, al momento, in attesa.

domenica 30 agosto 2009

• I volti della vita, della speranza e della solidarietà.

«Ha tanti volti l'estate che sta finendo. Ha il volto di una donna che combatte per la libertà come Aung San Suu Kyi. Ha il volto di Usain Bolt, il velocista giamaicano che ha superato ogni limite ai mondiali di atletica, sia sui 100 che sui 200 metri. Ha il volto di Clotilde, la ragazza francese incarcerata contro ogni logica in Iran. Ha il volto dei cinque eritrei sopravvissuti alla strage dei barconi della morte, dove più di 70 persone non ce l'hanno fatta: ci leggiamo i volti di persone stravolte dal dolore laddove probabilmente qualcuno vede solo i volti di pericolosi clandestini. Ha il volto di una scrutatrice afghana col burqa e ha il volto di una ragazza in bicicletta a Berlino.» Ha il volto dei giovani e delle giovani, cui è stata tolta la speranza e che scaricano le loro tensioni e la loro mancanza di amore nella violenza. Quello delle famiglie dei morti per il lavoro, degli invalidi e dei menomati di ogni genere, cui si dedica troppo spesso solo slancio emotivo occasionale. «Ha il volto dei tanti anziani soli delle nostre città, vera emergenza di questo tempo, poco sottolineata dai media e dal dibattito politico. Ha il volto vincente e sereno di Federica Pellegrini e ha il volto angosciato e devastato dei (pochi) religiosi sopravvissuti alla violenza in Pakistan», in India e nel mondo ovunque ci si rende conto che essere cristiani sia il passaggio necessario contro ogni sudditanza e servitù - piccole e grandi. «Ha davvero tanti volti l'estate che sta finendo e sarebbe bello parlarne e confrontarsi.»

Aggiunge Matteo Renzi: «il 12 settembre l'Europa celebra la giornata del vicinato. Una sorta di festa delle relazioni sociali, dei rapporti intercomunali, nata da un'idea francese di qualche anno fa. Mi è sembrata un'ottima occasione per proporre una mattinata di pulizia della città, alla luce di una lettera che mi ha scritto Andrea, un bambino di nove anni che sta in via Montebello. Andrea ha chiesto che tutti insieme potessimo provare a dare una mano per pulire Firenze. Mi è sembrata una lettera molto bella e il 12 settembre ho invitato tutti i fiorentini a munirsi di spazzolone e granata e darci una mano. Pulire un marciapiede, riverniciare un muro, segnalare una buca, eccetera... Naturalmente l'invito è rivolto a tutti, maggioranza e opposizione, consiglieri e assessori, associazioni e privati cittadini.
È un piccolo gesto, intendiamoci: per pulire la città ci sono i soggetti incaricati. Ma è un simbolo che ci consente di mostrare anche simbolicamente quanto vogliamo prenderci, tutti insieme, cura della città.»
A Firenze Matteo Renzi ha chiesto, con questo gesto, ai fiorentini l’avvio di una nuova sensibilità per i problemi ed i drammi della città, una spinta alla solidarietà - che non si dà solo col pagamento della tasse o il vincolo alle regole che gli ‘eletti dal popolo’ hanno creduto di fissare per il bene comune ma anche mantenendo alto il coinvolgimento, non rimanendo alla finestra mentre ‘altri’ (chi, se non noi stessi?) cercano di fare.

* I virgolettati sono tratti dalla Enews n. 283 di sabato 29 agosto 2009 inviata dal sindaco di Firenze, Matteo Renzi

lunedì 24 agosto 2009

• Accordi sindacali e rilancio produttivo.


Sono mesi che i sindacati dei lavoratori ed i più attenti osservatori (ivi comprese alcune associazioni d'impresa) parlano dell'urgenza di aggredire il problema salari e quello della redistribuzione territoriale e settoriale delle risorse che possono rendersi disponibili. Il ministro del lavoro, Sacconi, con riferimento esplicito ad accordi già interventi da tempo con buona parte del sindacato e con le associazioni d'impresa, sembra sottoscrivere questa priorità. Non potrebbe essere altrimenti per l'ovvia consapevolezza che nessun sindacato rinuncerà al proprio ruolo consentendo deviazioni legislative su materie di natura negoziale.

L'opposizione (pur nella varianza delle varie voci) è su questa linea esplicitamente richiamata dalle parti sociali, soprattutto i democrat. La maggioranza di governo, anziché attardarsi in dibattiti autoreferenziali sui temi in agenda (soprattutto per esposizione della Lega Nord in cerca di consolidamento della propria area di potere), deve portarsi anch'essa su questa posizione e non riservare il tema alla seconda battuta. Altrimenti la ripresa della nostra economia sarà ancora più lenta di quanto previsto dai centri di ricerca e valutazione specializzati (a livello interno ed internazionale), coi drammi ed i rischi conseguenti per la tenuta sociale ed istituzionale della nostra Italia.

mercoledì 19 agosto 2009

• Immigrati: una risorsa per il paese.


Sono cresciuti di dieci volte in 17 anni, ma non hanno rubato il lavoro a nessuno. Sono i 3 milioni e 400 mila stranieri presenti in Italia così come vengono fotografati da uno studio della Banca d’Italia. Sono una risorsa. Il rapporto Bankitalia evidenzia che gli stranieri con un impiego sono molto più giovani degli italiani, hanno meno istruzione e più difficoltà di apprendimento degli italiani, soprattutto nel Sud, ma aiutano a mantenere giovane la forza lavoro del Paese. Rappresentano la nuova classe operaia, dice la Banca d’Italia, e, al contrario di quanto si possa credere, «all’incremento del numero degli stranieri non si è associato un peggioramento delle opportunità occupazionali degli italiani.»

Nelle regioni centro-settentrionali tre-quarti degli immigrati sono stati impiegati come operai, una percentuale doppia rispetto a quella degli italiani. Nel Mezzogiorno, invece, sono più diffusi i piccoli imprenditori stranieri. I dipendenti, invece, nel Sud sono soprattutto nell’agricoltura, nel turismo e nei servizi alla persona.

Lo studio dimostra che gli immigrati fanno lavori che gli italiani non fanno, condizione che non molti decenni or sono era dei nostri emigrati un po’ in ogni parte del mondo. In più assistono anziani, bambini e malati, sussidiari dello stato sociale. Alcuni diventano imprenditori. Bankitalia ci ricorda in pratica che, come in tutti i paesi avanzati, l’immigrazione è una ricchezza per tutti, che gli immigrati guadagnano meno di noi ma che, grazie a colf e badanti, le donne italiane possono dedicare più tempo ed energie al lavoro.

La velocità d'ingresso in dieci anni è stata alta e l'integrazione riguarda, parzialmente la prima generazione ma soprattutto la seconda generazione, i figli degli immigrati. C'è pressione, ai confini e manca del tutto una politica consapevole (e una cultura) dell'integrazione, che non sia solo quella dell'emergenza.

La cultura del consumo (coi relativi cascami ideologici), nonostante le sollecitazioni derivanti dalla crisi del sistema finanziario in atto, mantiene alta l’accelerazione dei vari processi, in particolare di quelli delle imprese dell’energia e della trasformazione. Il dopo crisi è appena adombrato e non si sono ancora 'mosse' una cultura ed una organizzazione dei tempi diverse da quelle oggi richieste (che per quanto riguarda Italia ed Europa non sono neppure accettabili per il 'prima della crisi').

Dobbiamo velocissimamente ripensare progetti e ricalibrare strumenti ed obiettivi, altrimenti l'osmosi in atto vedrà processi di integrazione 'forzosa' e culturalmente improvvisata, come di fatto sta accadendo.

Possiamo e dobbiamo farcela! Possiamo e dobbiamo limitare poteri fuori controllo democratico affermati da 'lider maximi' e centri di potere di varia natura.

Il sindacato, come nel passato della nostra repubblica, può essere uno strumento determinante. Certamente il sistema impresa deve interagire con esso. Per tutti la ‘partecipazione’, verifiche e controlli democratici devono essere un punto di riferimento determinante. Da ciò l’importanza determinante di una strategia politica che non è facile intravedere in questo tempo, tante sono le contraddizioni propagandistiche che si intrecciano nella maggioranza di governo con peccati e peccatucci, micro-ideologie ed opportunismi, mentre il maggiore partito di opposizione sta definendo congressualmente progetti ed obiettivi.


NB - Le affermazioni ed i rilievi emergenti dalla ricerca della Banca d’Italia sono state tratte dalla stampa quotidiana in articoli finalizzati.

venerdì 7 agosto 2009

• "E ora?” Cosa faccio? Cosa porto a casa?

Di vicende di perdita di occupazione e di prospettive occupazionali e professionali (come sta accadendo alla Manuli di Ascoli Piceno o alla Innse di Milano - di cui tanto si parla in questi giorni) a Livorno ne abbiamo vissute di pesanti negli anni recenti. La Delphi (fabbrica USA con produzione sospesa da tre anni) ne è una drammatica conferma. Qualche volta siamo riusciti a mettere dei tamponi momentanei; qualche altra siamo rimasti, immobili, increduli, prima, e poi neri di rabbia repressa mentre affannosamente cercavamo di alzare barriere di difesa e ricercavamo nuovi obiettivi e prospettive.

Un fondamentale diritto umano, quello al lavoro, chiaramente violato; e con esso quello alla vita di persone e famiglie. Si colpiva il lavoratore dipendente. Si colpiva quello autonomo, che spesso vede i suoi sforzi ed impegni pluriennali vanificati da vicende e fenomeni sui quali non può in alcun modo incidere. Si colpiva chi lavorava saltuariamente ed era costretto allo stress dell’incertezza di trovare una soluzione sostitutiva di quello che in quel momento stava facendo. Coloro che sono costretti «a tale esperienza» sono «colti anzitutto dall'angoscia per l'immediato futuro.» *

«Come farò, si chiede, a pagare le rate del mutuo e dell'auto, le cure odontoiatriche per i figli più piccoli, il costo della scuola superiore o dell'università per i più grandi. In secondo luogo la stessa persona si sente vittima di una grave ingiustizia, di un inganno che qualcuno ha ordito alle sue spalle e che improvvisamente si rivela come tale.» * Quando si costringe qualcuno ad adattarsi alla cultura dell’incertezza (conclamata come il toccasana dell’attuale organizzazione della società), dobbiamo essere consapevoli che ogni stormir di fronde è avvertito come pericolo da tutto l’ambiente, nel quale vive ed opera. La mancanza di speranza da personale (ed è già un momento terribile!) diviene problema dell’ambiente; si allarga a macchia d’olio; nonostante l’atteggiamento consolatorio o falsamente ottimistico che qualcuno ‘che conta’ scodella con sorrisi o con pacche sulla spalla.

Deve essere recuperata, rapidamente, una strategia ed una politica della ‘certezza’ per evitare il ripetersi di drammi familiari, personali ed ambientali ; una politica che non faccia ritenere inutile ed insignificante la propria professionalità; che faccia sentire di essere parte non passiva di una Comunità solidale, di essere uguali nelle opportunità. Una cultura della vita che non ritiene fatale quello che accade, ma che vede responsabilità definite con nomi e cognomi.

Per chi è cristiano, una cultura dell’amore rinnovata e consolidata - anche se questo significa essere 'eversori' dell’attuale organizzazione del lavoro e della società che ci vengono proposte dai Centri di potere, dovunque essi si siano formati e stabiliti. La Centesimus annus e Caritate in veritate indicano percorsi sui quali lavorare e proporre progetti praticabili rivolti a tutti.

«Il punto critico non è quindi se i lavoratori della Innse abbiano esagerato o no nel salire su una gru per impedire lo smantellamento dei macchinari da parte del nuovo proprietario»*, quelli francesi nel sequestrare i loro dirigenti e capoccia, o altri nel cercare nella fuga dalla realtà e nel suicidio pace e sicurezza. Il punto è se possiamo permetterci una cultura dell’assenza e del sorriso (funzionale al nasconderla). mentre si affonda e non siamo in grado di proporci scenari positivi (per demerito nostro o per quello di chi abbiamo delegato ad impegnarsi nelle istituzioni) o ci si aggrappa a quel che capita (in difesa della propria sicurezza o per affermare la propria arroganza o la propria ansia di sentirsi ‘il primo’) ignorando la priorità delle priorità: la Comunità nel suo insieme.

Le politiche del lavoro degli ultimi 15-20 anni, in particolare, hanno trasferito sul piano finanziario gli errori che hanno determinato crisi di sistema come quella che interessò i flussi della produzioni nel ’29. Come allora stanno scaricando sui punti più deboli del sistema i danni da espansione e sviluppo ‘drogati’. Il recupero ed il riassestamento (le “sicurezze”) saranno più difficili e complessi perché a differenza di allora non ci saranno insiemi di aree in grado di attutire colpi e contraccolpi. Le superficialità ‘culturali’ che venivano dette nei corsi di orientamento al lavoro sulla moltiplicazione infinita delle occupazioni flessibili e sulla conseguente brevità dei tempi di ricerca della occupazione successiva alla presente hanno cozzato con la cruda realtà di questi mesi.

« Al presente il problema, se possibile, si è ulteriormente complicato. Non soltanto l'economia crea nuovi posti di lavoro a un ritmo molto basso, ma è possibile che per un lungo periodo ne crei assai meno di quanti se ne stanno perdendo. E per accrescere la sicurezza dei milioni di individui che l'hanno già persa, o che temono di perderla tra breve, non basteranno né la ripresa - posto che questa arrivi nel 2010, o nel 2011, o ancora dopo - né un potenziamento dei cosiddetti ammortizzatori sociali. Sarebbero assolutamente necessarie politiche industriali realmente innovative rispetto ai modelli precedenti, che in altri paesi a partire dagli Stati Uniti, si cominciano a intravedere.

Ci vorrebbero inoltre interventi radicali di sostegno al reddito, quale sarebbe ad esempio un reddito di base o reddito di cittadinanza che sia, nonché una redistribuzione del lavoro disponibile che non abbia paura di quello che fu in passato uno slogan - lavorare meno per lavorare tutti - ma che potrebbe rivelarsi come una ricetta indispensabile per il prossimo futuro.»*

Ribadisce il presidente della Repubblica emerito, C.A. Ciampi:« Occupiamoci, per favore, del pane. Rendiamoci conto che la garanzia che l’autunno sarà meglio non ce la può dare nessuno, evitiamo di confondere la mente delle persone con problemi che non esistono. Gli italiani hanno bisogno di certezze sulla loro situazione economica personale, devono riprendere ad avere fiducia nel loro futuro, chiedono maggiori sicurezze. La realtà è che dubitano del fatto che non si può che andare meglio: si è data l’illusione che il punto di minima fosse stato toccato e si stesse rimbalzando verso il meglio, invece il dato della produzione industriale di giugno smentisce tutto ciò.»** « La dimensione e la durezza della crisi impongono al Paese unità e serietà, non consentono di abbassare più o meno furbescamente la qualità dei problemi di cui è fatta la vita e che ci immiseriscono. Ora, più che mai.»**


* Luciano Gallino su REPUBBLICA del 6 agosto 2009

** Carlo Azeglio Ciampi su IL MESSAGGERO del 7 agosto 2009